Brevi Storie

Il Silenzio Della Catena (Georgia)

“Ho una destinazione, ma è un luogo che non ha coordinate.” cit

I chilometri scivolano sotto di noi, per ore, ore e ore. Per giorni, che a volte si ripetono e passano silenziosi, quasi non volessero disturbare. Per settimane, di cui perdiamo presto il conto. Per mesi, che sembrano eterni ma che all’improvviso ci fanno trovare la tenda congelata, quando le ustioni causate dal sole sulla pelle non sono ancora guarite. Quanto sarebbe il numero dei minuti che passiamo senza parlare, mai, se si potessero contare? Quanta la percentuale della nostra vita passata nell’assoluto silenzio verbale? Quanto il tempo senza guardare negli occhi, senza sentire il respiro di qualcuno con cui abbiamo intimità?
Il rumore della catena, le auto che ci passano di fianco, la musica. Tutto si ripete talmente all’infinito che a volte finisce per diventare un unico suono indefinito, coperto dalla nostra voce, che inizia a parlare, parlare, parlare. Senza aprire mai bocca. Una-due ore per smontare la tenda, una-due ore per rimontare, cucinare, preparare il letto. Silenzio che parla. Il rumore dei pedali, il clic del cambio, il soffio dei freni. Un clacson, che un tempo ci riportava immediatamente nel mondo, ma che oggi è sempre meno efficace. Il braccio si alza automatico, saluta, ma è ormai un riflesso condizionato. Ci troviamo, incrocio dopo incrocio, a chiederci quanto continueremo ad andare diritti per questa strada, da soli. Nella prossima città può sempre succedere qualsiasi cosa, così come dietro ogni curva. Succede di continuo e non succede mai. Può essere una costante diversità di quello che si vive, portata all’eccesso, una sorta di routine? Forse questa vita è un po’ come lavorare a un dipinto focalizzandosi su una grande ricchezza di dettagli, lavorando con estrema attenzione punto per punto, giorno per giorno, guardando molto da vicino. Ci sembra che stiano cambiando poche cose, quelle a noi vicine e che riconosciamo. All’improvviso però squilla il telefono, dobbiamo andare in bagno, abbiamo fame: ci fermiamo un attimo. Succede allora che ci allontaniamo e di colpo ci rendiamo conto che i dettagli sono milioni e che quel quadro è già diventato gigantesco. Ha però i bordi fatti di vapore, i pennelli si muovono come raggi, si inzuppano di colore ogni volta che alziamo la testa dal cuscino, accendono la radio appena togliamo i tappi dalle orecchie (o forse non l’avevano mai spenta, nemmeno la sera prima).
Si riprende. La tenda, la strada, il pranzo, il tramonto, le ore ad aspettare il sonno nel buio. I pensieri riempiono la testa come un cielo nel deserto è pieno di stelle. Più ci spingiamo nelle profondità più ne appaiono, più ci costringiamo ad abituare la vista alle tenebre più dettagli vengono fuori.
Mi capita di sorprendermi quando alcune persone che incontro riescono a parlare per ore. Il mio livello di attenzione crolla dopo non molto, il cervello torna nello spazio. Mi chiedo se siano loro a essere logorroiche o io che non sono più capace di conversare per più di un tanto. È paradossale che prima di partire temevo di non incontrare abbastanza persone, e ora, dopo nemmeno dieci mesi, mi capita spesso di stare completamente da solo anche quando sono in compagnia. Per mia scelta.
L’unica certezza è che non ci sono certezze. Che il piano che abbiamo per la prossima settimana non andrà in porto, che quello che siamo, e che crediamo di essere, non è già più nel momento stesso in cui lo riconosciamo. Che appena ci sentiamo forti siamo pronti a inciampare sul mattoncino che noi stessi abbiamo messo, che quando temiamo di affogare abbiamo in realtà solo una gran sete.
Tra viaggiatori di lunga data sembra di essere tutti parenti. Cugini lontani, che non hai mai visto ma che sai di avere. Ci annusiamo, ci avviciniamo, ci giriamo intorno. A volte rimaniamo cugini, altre diventiamo fratelli, altre ancora ci innamoriamo. Condividiamo lo stesso fardello che è allo stesso tempo il motore della nostra felicità. Subiamo l’eternità, il non sapere mai se sia davvero il momento giusto, il tempo di stare o di andare, l’ora di unirsi o di salutarsi. Chissà se in due, o in tre, la vita è più semplice. Siamo tutti della stessa famiglia, ma siamo così profondamente diversi, già dal secondo strato di pelle. Non è vero, già dal primo. Tutti con una missione personale così forte che mi chiedo: potremo mai funzionare insieme? Più di un’ora? Più di una settimana? Più di un mese? Per la vita?
Di certo, da soli, sappiamo se nascosto sotto i pantaloni il ginocchio sanguina dopo una caduta, quanto è il dolore e quanta la gioia. Ma forse ogni tanto ci perdiamo dietro un ramo colmo di foglie secche, e una mano che lo scuota ci lascerebbe vedere una via con meno buche.
Forse va bene tutto, perché in ogni caso la vita è ricca, anche con la testa piena di stelle, anche col male alle ginocchia.
Non lo so. Potremo mai?
Ma infine, poi, importa?

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