Brevi Storie

Mangystau, Kazakistan, Marzo 2026

Ore 16:30. È il quarto giorno di viaggio attraverso il deserto da quando abbiamo lasciato l’ultimo centro abitato. Sulla strada sterrata, nell’ultimo tratto — che è anche il più lungo — ci troviamo fermi tutti e quattro per riprendere fiato. Abbiamo le guance strinate dal sole e dall’aria gelida. Le ginocchia sussurrano lamenti. Intorno a noi, da più di 24 ore, il paesaggio è identico: piatto, secco, infinito.
Per un attimo restiamo in silenzio, finché Liam prende la parola e dà voce a quello che è il pensiero di tutti:
“È durissima sta strada. Non siamo nemmeno a metà. Io ho acqua a sufficienza fino a domani pomeriggio. Poi dobbiamo inventarci qualcosa.”
Il giorno prima avevamo fatto rifornimento alla moschea di Beket Ata, un’oasi in mezzo al deserto dove ci eravamo lasciati andare nel torpore dei suoi tappeti, prima di tornare ad affrontare il vento. La temperatura è in crescita: i -12° del primo giorno sono ormai un ricordo. La primavera sta lentamente reclamando il suo posto anche qui, nelle grandi praterie kazake, anche se la mattina il ghiaccio continua a ricoprire le tende.
Ci mancano ancora 50 km di terra e buche, dove la concentrazione può dedicarsi completamente ai tentativi di non sfasciare la bici e di non cadere di nuovo. Intorno, del resto, non c’è molto che possa distrarre. Dopo, nella “civiltà”, altri 96 chilometri di nulla, ma sull’asfalto, con il vento che ci soffierà contro.
I cammelli spezzano il pattern degli arbusti mentre il sole cala poco più tardi. Altre pause nel mezzo, tra cibo in lattina e caramelle mangiate come arachidi, dolce donazione della moschea. La polvere ci si stende addosso come una coperta leggera, sollevata dalle ruote e dalle mandrie di cavalli selvatici che ci avevano affiancato nella corsa poche ore prima.

All’improvviso una piccola salita, con il punto più alto che nasconde alla vista il panorama successivo. La mente sa che non può esserci sorpresa, ma l’istinto suggerisce che, dopo un “passo”, si apra una nuova visione. Traditore. Cadiamo ripetutamente nell’inganno, delusi da ciò che sapevamo già di trovare. Se il GPS non ci dicesse con certezza che là, prima o poi, a un tot esatto di chilometri, c’è una strada e poi una città, ci sarebbe da perdere la testa. E non ci vorrebbe neanche tanto.
Sette giorni di fila, cinque tra due centri abitati, tre per entrare e uscire dalla parte di limbo sterrato: lì, la prima mattina ci ha sorpreso un uomo mentre tiravamo timidamente fuori la testa dalle tende. Dal finestrino della jeep ci ha guardati come se avesse un’allucinazione. Quelle, però, sono solite essere una ricetta estiva. Ora, a fine inverno, non possono esserci dubbi: siamo lì davvero.

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