Palle di schiuma chimica rotolano sulla spiaggia, spinte dal vento, lungo gli enormi anelli di sale che segnano il ritiro delle acque del lago d’Aral. Una lunga striscia di cavallette morte, ammassate l’una sull’altra, traccia il confine tra la zona fangosa e quella più solida, delineando il cerchio della morte che si stringe intorno al lago. Muynaq, il vecchio porto, dista ormai quasi cento chilometri: dalla fine degli anni Settanta il mare si è ritirato così in fretta da lasciare dietro di sé un abisso polveroso nel giro di pochi anni. Le navi sono rimaste incagliate nella sabbia, senza rotte da percorrere né pesci da cacciare.
L’aria è carica di sale e pesticidi. Quando il vento si alza, solleva dal fondo dell’antico lago una polvere fine che copre tutto. Avvolge le case, penetra nei campi e nei corpi, si mangia il cielo.
Nel nord-ovest dell’Uzbekistan c’è una terra intrisa di sale, dove un popolo parla la propria lingua e coltiva da decenni un’idea fragile di indipendenza: il Karakalpakstan. Più vicino culturalmente al Kazakistan che a Tashkent, è una delle poche repubbliche autonome rimaste nello spazio post-sovietico. Sulla carta potrebbe separarsi tramite referendum; nella realtà non ha le risorse per sopravvivere da sola. Nukus, la capitale, amministra un territorio che copre il 40% dell’Uzbekistan, ma ne eredita anche gran parte delle fragilità.
Questa è una delle regioni più isolate e povere dell’Asia centrale, e anche una delle più segnate: qui si consuma, ancora oggi, uno dei più grandi disastri ecologici della storia moderna, quello del lago d’Aral.
Negli anni Sessanta, durante l’Unione Sovietica, Mosca trasformò l’Asia centrale in una gigantesca piantagione di cotone. Le acque dei fiumi Amu Darya e Syr Darya vennero deviate per irrigare i campi. Ridotti stagione dopo stagione, i due fiumi persero la forza per raggiungere il lago, dando il via a una ritirata lenta e irreversibile.
Camminando lungo la strada la gola brucia. Nel giro di pochi giorni si comincia a tossire, a sentirsi deboli, ad avere mal di testa. Dove un tempo c’era l’acqua oggi si stende una pianura salata: il deserto dell’Aralkum.
Ritirandosi, il lago non ha lasciato solo disoccupazione. Il fondo emerso è saturo di pesticidi, fertilizzanti e metalli pesanti accumulati in decenni di agricoltura intensiva. In alcune zone si mescolano ai residui di vecchi programmi sovietici di sperimentazione biologica. A Kantubek, ex città militare costruita su un’isola del lago, l’URSS testava armi biologiche durante la Guerra Fredda. Nel terreno restano ancora spore di antrace.
In una regione dove il vento soffia quasi costantemente, la quotidianità è caratterizzata da una silenziosa e continua intossicazione: le malattie respiratorie sono diffuse, i problemi renali comuni, l’anemia cronica. I tumori colpiscono più che altrove. La mortalità infantile è alta.
Nonostante tutto i sorrisi brillano di denti dorati, l’ospitalità è calorosa. In un villaggio sulla via per Muynaq, una famiglia ci ospita per la notte in una casa di fango e mattoni. Esen ci aveva già fermato in precedenza lungo la strada per regalarci acqua e coca cola. Non avevano mai incontrato stranieri occidentali. Fino ad allora avevano conosciuto solo persone provenienti dalle ex repubbliche sovietiche. Si mangia seduti a terra, tra tè caldo e vodka, tra pareti e pavimenti coperti di tappeti. I vicini accorrono, tra strette di mano e abbracci. Per gli ospiti d’onore uccidono un tacchino, un gesto raro e di grande valore. La mattina dopo si va alle sorgenti termali. Nessuno parla del lago, eppure sembra presente in ogni cosa: nella polvere sulle finestre, nel sale che rovina i campi, nel silenzio che la barriera linguistica ci obbliga a rispettare. Quando ripartiamo davanti al cancello ci sono tre generazioni di donne a salutarci, gli uomini continuano a muovere le braccia in segno di addio, finché non veniamo inghiottiti dal bianco.
A Muynaq, chi gira per strada, lo fa spesso coprendosi completamente il viso. La grande strada sovietica che taglia in due il villaggio è costantemente pulita da uomini e donne incaricati della manutenzione, avvolti in sciarpe e foulard stretti sul volto. Intorno il villaggio è coperto di polvere. Fuori il nulla, in tutte le direzioni, interrotto solo dalle stazioni di estrazione del gas e da quella che un tempo era una scogliera. C’è ancora il faro. Le zecche corrono sul terreno, gli sciacalli dorati ululano la sera e frugano nei sacchi quando qualcuno si distrae. I cammelli sono spariti.
Dal centro abitato alle acque ci vogliono quattro ore di auto, su piste di terra e fango secco. Si viaggia su vecchie macchine senza condizionatore. Aprire i finestrini è quasi vietato: la polvere entra ovunque. Siamo comunque costretti a indossare dei turbanti per coprirci naso e bocca.
Lungo ciò che resta delle rive del lago, dove l’aria è così densa di sale da confondere spazio e distanza, ci sono uomini che vivono degli ultimi sopravvissuti dell’Aral. Entrano nell’acqua bassa con stivali di gomma, piegati in avanti, trascinando reti leggere sulla superficie immobile. Non cercano pesci — non ce ne sono più — ma uova. Raccolgono Artemia salina, un piccolo crostaceo che è praticamente l’unico organismo capace di sopravvivere nell’acqua ipersalina rimasta.
Nel lato kazako del lago, a nord, l’acqua è in parte tornata e sostiene ancora qualche forma di pesca. Qui no. Qui l’acqua continua a ritirarsi, anno dopo anno. La gente indica l’orizzonte e misura il tempo così: “una volta arrivava fin qui”. Presto resterà solo questo: “c’era l’acqua”.
Dauran, l’autista che ci ha portato fin quasi alle rive del lago, parla poco. Non conosce l’inglese, il traduttore sul telefono non funziona quasi mai. A un certo punto indica la distesa bianca e racconta, a gesti, di una volta in cui è rimasto bloccato qui per cinque giorni con la macchina piantata nel sale.
In pochi mesi si passa dai meno trenta ai più cinquanta gradi, circondati da paesaggi quasi metafisici. L’agricoltura è allo stremo, il lavoro spesso va inventato, e i sogni di un passato di ricchezza — fatto di pesca e cotone — si sono ormai ritirati insieme al lago.
Eppure il Karakalpakstan continua a resistere. A esistere con ostinazione, colmo di gentilezza e generosità. Come se il bianco non fosse solo il colore del sale, ma anche quello di una leggerezza ostinata, che rende capaci di vivere queste terre come se il mondo fosse più semplice di quanto è.
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