I Paesi - Analisi e Racconti

Iraq: 10 fotografie, 10 Storie

(Baghdad)

1 – L’IRAQ OGGI 

L’Iraq oggi è un paese sospeso, un puzzle di identità e ferite ancora aperte che fatica a ricomporsi. Camminando per Baghdad, l’aria è un miscuglio di polvere, calore e un fragile ottimismo. Ai checkpoint armati, che sono diventati un’architettura quotidiana del paese, si incrociano i destini di una generazione: giovani con il cellulare in mano, che sognano connessioni globali, accanto a miliziani con il fucile, custodi di antiche fedi. Non si respira più l’odore della guerra aperta, ma quello di una ricostruzione lenta e faticosa, dove grattacieli nuovi e ambiziosi sorgono a poca distanza da quartieri ancora segnati dai colpi dei conflitti. La vita, tenace, esplode nei mercati affollati e lungo le sponde del Tigri, ma è una normalità precaria, governata da divisioni interne e da una corruzione che logora le fondamenta dello stato. L’Iraq contemporaneo è quindi un cantiere, non solo di mattoni e cemento, ma di idee di nazione. È un luogo dove la memoria traumatica di un passato recente – il regime, l’invasione, il caos, il Califfato – si scontra con un presente complesso e con un futuro tutto da scrivere, mentre il paese cerca faticosamente di trovare un nuovo equilibrio tra le sue profonde divisioni interne e le pesanti influenze regionali.

(Duhok)

2 – IL CONFLITTO TRA IRAQ FEDERALE E CURDI: UN PAESE DIVISO 

Il conflitto tra il popolo curdo e il governo centrale di Baghdad è una costante della storia irachena. Non è una semplice disputa etnica, ma una lotta politica per l’autodeterminazione e il controllo del territorio, nata dalla negazione di un’identità nazionale. Le prime rivolte, guidate da Mustafa Barzani a partire dagli anni Quaranta, gettarono le basi per un movimento nazionalista. Questo portò, negli anni Sessanta, al primo conflitto armato su larga scala tra l’esercito iracheno e i Peshmerga curdi (“coloro che affrontano la morte”). Il picco della repressione si raggiunse con il regime di Saddam Hussein. Il 16 marzo 1988, una campagna di sterminio nota come Anfal culminò con l’attacco chimico a Halabja, dove morirono 5.000 civili in poche ore. Una svolta si ebbe nel 1991. Dopo una rivolta schiacciata nel sangue, un esodo di massa spinse la comunità internazionale a istituire una “no-fly zone” nel nord dell’Iraq, proteggendo di fatto la regione. In questo spazio protetto cominciò a formarsi un embrione di stato curdo, che raggiunse il suo apice formale con il riconoscimento costituzionale dell’autonomia nel 2005. Tuttavia le tensioni non si sono mai placate. Il nodo cruciale rimane la città petrolifera di Kirkuk. Nel 2014 i Peshmerga la presero approfittando del caos dello Stato Islamico (ISIS). Nel 2017, però, in risposta a un referendum per l’indipendenza tenuto dal Kurdistan, l’esercito iracheno la riconquistò con la forza. Oggi il Kurdistan iracheno è un attore regionale consolidato, ma economicamente in crisi. Il conflitto con Baghdad si è trasformato: non è più una lotta militare per la sopravvivenza, ma una complessa battaglia politica, legale ed economica all’interno dello Stato iracheno federale. L’Iraq è di fatto un paese diviso in due, in un equilibrio precario che fatica a trovare una soluzione stabile.

(Lago di Dukan)

3 – LE BONIFICHE DI SADDAM HUSSEIN E LA CRISI IDRICA 

Nel sud dell’Iraq, una vasta regione di paludi e acquitrini conosciuta come Ahwar o Mesopotamian Marshlands, è considerata da molti il sito del Giardino dell’Eden biblico. Per millenni, questa area è stata l’habitat di un ecosistema unico al mondo e la patria degli Arabi delle Paludi (Marsh Arabs), che vivevano su isole galleggianti costruite con canne e legname, basando la propria sopravvivenza e identità su quell’ambiente acquatico. Dopo la sconfitta nella Guerra del Golfo del 1991 scoppiarono nel sud le rivolte sciite, brutalmente represse dal regime di Saddam Hussein. Molti ribelli trovarono rifugio nelle paludi, inaccessibili all’esercito regolare. La risposta di Saddam non fu solo militare, ma ecologica: distruggere l’ambiente che dava riparo e sostentamento alla ribellione. Il regime avviò un progetto sistematico e scientifico di bonifica, che era in realtà un’opera di disseccamento. Il flusso dei fiumi Tigri ed Eufrate verso le paludi venne interrotto da una rete di grandi dighe e da canali giganteschi che deviavano l’acqua direttamente verso il Golfo Persico. In meno di un decennio il 90% delle paludi scomparve. Un’area grande quanto il Libano si trasformò in una distesa di terra salina e polvere, con incendi di canne secche che oscuravano il cielo. La biodiversità unica (inclusi uccelli migratori, bufali d’acqua e specie ittiche endemiche) fu spazzata via. La cultura millenaria degli Arabi delle Paludi fu annientata. Oltre 200.000 persone furono costrette a fuggire, diventando profughi ambientali. Chi rimase fu lasciato in una terra morente, senza mezzi di sussistenza. L’ONU ha definito questa operazione un “ecocidio”. Il disastro avviato da Saddam è stato moltiplicato da una tempesta perfetta di problemi successivi che hanno portato oggi l’Iraq in una profonda crisi idrica: la costruzione di gigantesche dighe (come l’Ilısu in Turchia) sul Tigri e l’Eufrate ha drasticamente ridotto la portata d’acqua che entra in Iraq. Il cambiamento climatico ha portato temperature in aumento, ondate di calore estreme e siccità ricorrenti, accelerato l’evaporazione e ridotto le piogge. La corruzione e l’instabilità politiche hanno portato il paese a non investire nella manutenzione delle infrastrutture idriche. I fiumi sono diventati discariche di rifiuti industriali e agricoli. Anche se dal 2003 ci sono stati sforzi eroici per ri-inondare le zone di Ahwar, che hanno parzialmente recuperato circa il 70% della loro estensione originale, oggi le paludi stanno morendo per la seconda volta, stavolta a causa della mancanza d’acqua dai fiumi. La crisi idrica generale sta quindi finendo il lavoro che Saddam aveva iniziato, minacciando di nuovo la sopravvivenza degli Arabi delle Paludi e del loro ecosistema, oltre che del paese intero.

(Lalish, luogo sacro degli Yezidi)

4 – I POPOLI IRACHENI

L’Iraq è un complesso mosaico etnico e religioso. Oltre alla principale divisione tra arabi e curdi, sono diverse le minoranze che vivono all’interno del suo territorio, con forti tratti linguistici e culturali.

  • Arabi: Sono il gruppo etnico-linguistico maggioritario e sono circa il 75% della popolazione (30 milioni). Sono divisi tra sciiti (la maggioranza) e sunniti, una divisione che ha plasmato profondamente la storia politica del paese.
  •  Curdi: Gruppo etnico di origine indo-europea autoctono della mesopotamia. Concentrati nel nord del paese (Regione Autonoma del Kurdistan) parlano principalmente Sorani e Kurmanji (dialetti curdi). Sono circa 7 milioni.
  • Yezidi: Sono una minoranza religiosa etnicamente curda ma con una propria fede completamente distinta. Il loro sistema religioso è fondato sull’adorazione di Tawusî Melek, l’Angelo Pavone, e ha influenze zoroastriane, cristiane e islamiche. Sono stati storicamente perseguitati e pare abbiano sofferto più di 70 genocidi, di cui l’ultimo nel 2014, per mano dell’ISIS. Di quelli precedenti non c’è documentazione scritta. 
  • Assiri (o Caldei/Siriaci): Popolo semitico cristiano autoctono, discendente degli antichi Mesopotamici, sono i diretti discendenti dell’Impero Assiro. Parlano vari dialetti dell’aramaico. Si stima ce ne siano circa 300.000, principalmente nelle zone del nord.
  • Turkmeni Iracheni: Discendono dalle migrazioni delle popolazioni turche durante l’era selgiuchide e ottomana. Sono il terzo gruppo etnico più presente, con circa 2 milioni di persone. Si concentrano tra le zone di Tal Afar e Kirkuk, e sono divisi tra sunniti e sciiti.
  • Shabak: gruppo etnico-religioso distinto che abita storicamente nella Piana di Ninive, nell’Iraq settentrionale. Considerati di origine curda, per la somiglianza della loro lingua con il Sorani, hanno una religione propria molto complessa, che mescola Islam sciita, Sufismo, Zoroastrismo e Cristianesimo. Perseguitati e massacrati dall’ISIS nel 2014, si stima ne siano rimasti meno di 200.000.
  • Mandei: l’ultima comunità gnostica sopravvissuta al mondo. La loro religione, il Mandeismo, è una religione monoteista, battesimale e pre-cristiana che trae le sue origini direttamente dalle correnti gnostiche del periodo tardo-antico della Mesopotamia. Storicamente presi di mira come “infedeli”, dal 2003 sono stati vittime di sequestri, estorsioni e omicidi. Oggi sono sull’orlo dell’estinzione, pare non ne rimangano che poche migliaia.
  • Kawliya: sono la comunità romanì dell’Iraq, di lingua Domari (imparentata con il Romanes europeo e il Lomari dei Dom del Medio Oriente). Provenienti dalle attuali India e Pakistan, vivono oggi ai margini delle grandi città. Tradizionalmente collocati al gradino più basso della scala sociale irachena, sono considerati najis (impuri) da alcuni gruppi estremisti e sono soggetti a un’ostilità e un pregiudizio profondamente radicati. A causa della loro emarginazione, di una natura nomade e della mancanza di un riconoscimento ufficiale, è quasi impossibile fare stime su quanti siano.

(Mosul)

5 – MOSUL E LA GUERRA ALLO STATO ISLAMICO

L’incubo che l’Iraq e la città di Mosul vissero tra il 2014 e il 2017 covava, come brace sotto la sabbia, già da molti anni. Dalla caduta di Saddam Hussein, nel 2003, il nuovo governo iracheno, dominato dagli sciiti, avviò una politica di marginalizzazione verso la componente sunnita. Emarginò progressivamente l’ex élite sunnita e licenziò decine di migliaia di soldati, creando una vasta riserva di uomini scontenti, disoccupati e rancorosi. In questo clima nacque e si rafforzò il gruppo di Abu Musab al-Zarqawi, che in seguito, con il nome di Stato Islamico dell’Iraq (ISI), rimase in attesa del momento propizio per colpire. Una svolta decisiva avvenne con la guerra civile in Siria nel 2011, dove l’ISI trovò un terreno fertile per reclutamenti e addestramenti, trasformandosi infine nell’ISIS, lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. Il momento tanto atteso arrivò nel 2014: a gennaio fu conquistata Falluja, a soli 50 km da Baghdad. A giugno toccò a Mosul, la seconda città dell’Iraq. Qui i miliziani dello Stato Islamico incontrarono scarsissima resistenza. La popolazione sunnita, infatti, era ormai ostile al governo del primo ministro Nouri al-Maliki, accusato di discriminazioni e repressioni. L’esercito iracheno, corrotto e demotivato, era visto come un’armata di occupazione e, all’arrivo dei Soldati Neri, si diede alla fuga. Mosul fu così conquistata in appena 48 ore. Dal pulpito della Grande Moschea di al-Nuri, lo stesso da cui nel XII secolo il sultano Saladino aveva chiamato alla jihad, il leader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi proclamò il 29 giugno 2014 la nascita del Califfato, eleggendo Mosul a sua capitale. Per quasi tre anni la città visse nel terrore. L’ISIS impose la sua interpretazione brutale della legge islamica (Sharia), rendendo norma pene pubbliche come fustigazioni, amputazioni e decapitazioni. Le strade erano pattugliate dai “comitati per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”. Chiese e moschee sciite furono distrutte, biblioteche date alle fiamme, antichi manufatti del museo ridotti in frantumi. Le minoranze Yazide, Cristiane e Shabak furono sterminate, schiavizzate o costrette alla fuga.  Alla liberazione della città parteciparono l’esercito iracheno, i Peshmerga curdi e forze internazionali, ma furono necessari circa dieci mesi di combattimenti per riconquistarla per intero. Il prezzo più alto lo pagò il lato ovest, dove sorge la Città Vecchia, rasa al suolo all’80% da scontri a fuoco, bombardamenti e autobombe. Oggi Mosul tenta di risorgere. La vita è ripresa a scorrere tra cantieri e quartieri devastati. Palazzi sventrati tornano a vivere con i negozi al piano terra. Le gru hanno sostituito i carri armati. La strada, però, è ancora lunga e difficile. Rimuovere le macerie e le migliaia di ordigni inesplosi è un’operazione titanica. La corruzione, le tensioni etniche e l’instabilità politica rallentano la ricostruzione, e per molti abitanti il ritorno resta una meta faticosa.

(Rashakall. Ismail ha perso le gambe durante il conflitto. Da allora ha avuto sei figli e portato avanti una fattoria)

6 – IL CONFLITTO CON L’IRAN DEGLI ANNI 80

Poco prima della Guerra del Golfo, l’Iraq si trovò immersa in uno dei più sanguinosi conflitti mai avvenuti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Da una parte c’era Saddam Hussein, il dittatore laico a capo del partito Baath, che sognava di diventare il leader incontrastato del mondo arabo. Dall’altra, l’Ayatollah Khomeini, al potere dopo la Rivoluzione Islamica del 1979 in Iran, che incitava le masse sciite a rovesciare i “regimi empi”, minacciando direttamente il potere di Saddam in Iraq. Il pretesto fu una disputa di confine sullo Shatt al-Arab, il vitale fiume che segna l’accesso al Golfo Persico, ma la posta in gioco era il dominio regionale. Credendo di poter sfruttare la confusione post-rivoluzionaria in Iran, Saddam sferrò un’invasione a sorpresa nel settembre 1980. L’esercito iracheno avanzò inizialmente senza grandi difficoltà, ma l’attacco si bloccò ben presto. L’Iran non collassò. Al contrario, rispose con un furore inaspettato, lanciando controffensive guidate dal fervore rivoluzionario e da ondate di giovani volontari, mandati a liberare i campi minati col proprio corpo. La guerra si trasformò così in un orrendo stallo di trincea, un massacro senza senso che ricordava la Prima Guerra Mondiale. Per otto lunghi anni il fronte divenne un tritacarne. L’Iraq, supportato da Stati Uniti, Unione Sovietica e Paesi arabi sunniti, fece un uso massiccio e spregiudicato di armi chimiche contro le trincee nemiche. L’Iran rispose con attacchi frontali su larga scala, pagando un prezzo altissimo in vite umane. Il conflitto si allargò fino a colpire le capitali nella “Guerra delle Città” e le petroliere nel Golfo Persico, minacciando l’economia globale. Quando nel 1988 un cessate-il-fuoco pose fine alle ostilità, il bilancio era apocalittico. I morti erano oltre il milione. Le economie di entrambi i paesi, un tempo ricche, erano devastate. Non ci furono vincitori né cambiamenti territoriali: si tornò semplicemente al punto di partenza, ma con le società segnate a fuoco dall’odio. Per l’Iraq questa guerra inutile lasciò in eredità un debito mostruoso e un esercito iper-armato, due fattori che spinsero Saddam Hussein a invadere il Kuwait solo due anni dopo, nel 1990, innescando la successiva crisi. Oggi i rapporti tra i due paesi sono indubbiamente più stabili, favoriti dalla presenza di un governo a maggioranza sciita a Baghdad. Tuttavia, permangono numerosi fattori di attrito, in un Iraq costretto a un difficile equilibrio tra l’alleanza con l’Iran e i rapporti con gli Stati Uniti.

(Najaf)

7 – LE CITTÀ SACRE SCIITE E I PELLEGRINAGGI 

Najaf e Karbala, situate nell’Iraq centro-meridionale, sono due delle città più sacre per i musulmani sciiti. La loro sacralità è profondamente legata alle figure di ʿAlī ibn Abī Ṭālib, di suo figlio al-Ḥusayn e dei loro compagni. Queste città non sono solo centri di pellegrinaggio, ma anche di studio, potere politico e identità collettiva per oltre 200 milioni di sciiti nel mondo. La storia risale al 680 d.C., quando al-Ḥusayn, nipote del Profeta Maometto, si scontrò con l’esercito del califfo omayyade Yazid a Karbala. Venne ucciso insieme ai suoi fedelissimi in un massacro che per gli sciiti rappresenta il simbolo eterno della lotta contro l’ingiustizia. Suo padre, ʿAlī, primo Imam per gli sciiti, riposa invece a Najaf. La sua tomba divenne il faro intellettuale dello Sciismo, dando vita alla Hawza, la più prestigiosa università teologica. Attorno a essa si estende lo sterminato Wadi al-Salam (Valle della Pace), il cimitero più grande del mondo. Si stima che ci siano circa 6 milioni di fedeli sepolti, che riposano in eterno al fianco del proprio Imam. Il momento di massima prova per questi santuari arrivò sotto il regime di Saddam Hussein, che represse brutalmente le ritualità sciite, vedendovi una minaccia al suo potere. Ma la fede non si spense. Il momento della rinascita, tanto atteso, arrivò con la caduta del dittatore nel 2003. Da allora, i pellegrini hanno ripreso a riversarsi in milioni nelle due città sante. Il culmine è l’Arbaʿīn, il pellegrinaggio a Karbala che si tiene 40 giorni dopo l’anniversario del martirio di al-Ḥusayn, un evento che raduna fino a 20 milioni di persone, in una marcia di fede che è il più grande raduno religioso annuo al mondo. Oggi, le cupole dorate dei santuari di Karbala e Najaf brillano più che mai. La vita ruota attorno ai mausolei, in un continuo viavai di fedeli che pregano, piangono e invocano i loro Imam. Le economie locali fioriscono grazie ai pellegrini, mentre gli studenti di teologia affollano le scuole di Najaf. Il presente, però, non è privo di ombre. L’instabilità politica, la minaccia terroristica e le tensioni settarie rimangono pericoli concreti. Eppure, nonostante tutto, per milioni di sciiti il viaggio verso queste città non è un’opzione, ma un dovere del cuore, un ritorno a casa che nessuna minaccia potrà mai negare.

(Sumel)

8 – LA TEMPESTA DEL PETROLIO

In Iraq il petrolio è sia una maledizione che una benedizione, il cuore pulsante di un’economia che da esso dipende per oltre il 90% delle sue entrate, ma anche il filo conduttore di decenni di instabilità e conflitto. Oggi le esportazioni di greggio sono l’unica linfa vitale per un bilancio statale che fatica a pagare stipendi, a ricostruire infrastrutture distrutte e a fornire servizi basilari a una popolazione stremata. Questa totale dipendenza rende il paese estremamente vulnerabile alle oscillazioni dei prezzi globali, inibendo allo stesso tempo lo sviluppo di qualsiasi altro settore economico, in una perversa trappola che gli economisti chiamano “la maledizione delle risorse”. Per comprendere questa dipendenza paralizzante è necessario volgere lo sguardo al passato, alle Guerre del Golfo che del petrolio sono state figlie e matrigna. L’invasione irachena del Kuwait nel 1990, motivata da debiti per il petrolio e accuse di estrazione illegittima, scatenò un conflitto che definì l’Iraq come uno Stato canaglia. Il petrolio finanziò il regime di Saddam Hussein e fu, al tempo stesso, la ragione geopolitica primaria della risposta internazionale: nessuna potenza poteva permettere che un attore così instabile controllasse una porzione così vasta delle riserve globali. La guerra del 2003, sebbene giustificata con altre ragioni, non fu estranea a questa logica, spalancando le porte alle compagnie internazionali e scatenando una lotta feroce per il controllo della ricchezza del sottosuolo. Ed è proprio questa lotta a segnare il presente e a minare la già precaria salute del paese, incarnandosi nel difficile e spesso conflittuale equilibrio con la Regione del Kurdistan (KRG). Il nodo cruciale, mai sciolto, è chi abbia l’autorità di gestire e vendere il greggio. Il governo centrale di Baghdad, basandosi su un’interpretazione della Costituzione, rivendica il controllo unico su tutte le esportazioni. Il KRG, forte della sua autonomia di fatto, ha costruito un oleodotto indipendente verso la Turchia, vendendo petrolio autonomamente in quello che Baghdad definisce un contrabbando illegale. La posta in gioco non è solo legale, ma strategica: il controllo della ricca e simbolica città di Kirkuk, cuore petrolifero conteso, ha portato le parti sull’orlo di uno scontro armato nel 2017.  Tornando al presente, l’Iraq rimane quindi intrappolato in un paradosso. Il petrolio che dovrebbe unire e ricostruire la nazione è invece il principale fattore di divisione, alimentando un’instabilità cronica tra Baghdad ed Erbil che scoraggia gli investimenti e mantiene il paese in uno stato di perenne fragilità. 

(Duhok)

9 – IL LABIRINTO DEL POTERE: IL SISTEMA POLITICO E IL FUTURO DELL’IRAQ DOPO L’ISIS 

Dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003 e la sconfitta dello Stato Islamico, l’Iraq non è riuscito a costruire un sistema di governo solido e unificante, trovandosi invece intrappolato in un labirinto politico la cui soluzione è il Muhasasa, un sistema di ripartizione del potere per appartenenza etnica e religiosa. Questo accordo, nato per evitare ulteriori conflitti, assegna in modo rigido le cariche più alte: il Primo Ministro è uno sciita, il Presidente della Repubblica un kurdo e il Presidente del Parlamento un sunnita. Se da un lato ha placato le tensioni immediate, dall’altro ha istituzionalizzato le divisioni settarie, trasformando la politica in una lotta tra fazioni per il controllo delle risorse e degli apparati statali, alimentando una corruzione endemica che paralizza i servizi pubblici e lo sviluppo. In questo vuoto, hanno guadagnato un potere immenso le milizie dello Hashd al-Shaabi, nate per combattere l’ISIS e ora attori politici ed economici fondamentali, spesso vicine all’Iran. Proprio l’influenza di Teheran, che attraverso partiti e milizie alleate condiziona la politica irachena, è uno dei nodi centrali, ereditato dalla sanguinosa guerra degli anni ’80 e che oggi definisce le alleanze regionali di Baghdad. A questo sistema oppressivo e deludente si è opposto, specialmente dal 2019 in poi, un forte movimento di protesta giovanile, il Tishreen, che chiedeva a gran voce la fine del Muhasasa, un governo laico e la fine dell’interferenza straniera. Proteste che sono state represse con violenza. Il futuro dell’Iraq, quindi, si gioca tutto nella sua capacità di districarsi da questo labirinto: dovrà trovare un modo per superare le divisioni settarie, integrare le milizie in uno stato sovrano, rispondere alle legittime richieste di una gioventù stanca di guerre e corruzione, e ritagliarsi un ruolo indipendente nel delicato equilibrio tra Iran e Arabia Saudita, con cui cerca oggi una difficile riconciliazione. Senza una riforma profonda del suo sistema politico, il paese faticherà a trovare una pace e una stabilità durature.

(Najaf)

10 – SOGNI DI FUGA E IMMIGRAZIONE: UNO DEI PASSAPORTI PIÙ DEBOLI AL MONDO

“Passport, problem” è un’espressione che risuona frequentemente quando si parla del sogno di andare all’estero. O peggio, quando la quotidianità diventa insostenibile. L’Iraq si conferma al terzultimo posto nell’Indice Henley Passport, la classifica mondiale che misura la libertà di viaggio dei cittadini in base al proprio passaporto. Fanno peggio solo Siria e Afghanistan. Le cause primarie di questa debolezza risiedono nell’instabilità politica e nelle carenze della sicurezza interna. I governi stranieri percepiscono l’Iraq come una nazione instabile, caratterizzata da una significativa presenza di gruppi armati e un’elevata probabilità di ripresa delle ostilità. Questa percezione si traduce in restrizioni severe, dettate dal timore di un’immigrazione irregolare di massa o di infiltrazioni legate a minacce alla sicurezza. A ciò si aggiunge l’endemica corruzione che affligge il paese: molti stati nutrono seri dubbi sull’integrità dei processi di verifica di coloro che richiedono il passaporto. Il timore è che l’assenza di controlli rigorosi possa permettere a criminali o terroristi di ottenere documenti legittimi. Il quadro è completato da complicate relazioni diplomatiche con altri governi e dalla necessità, per i paesi di destinazione, di controllare i flussi migratori. Considerando che in passato l’Iraq ha visto milioni di cittadini fuggire a causa di guerre e persecuzioni, i paesi destinatari mantengono l’obbligo del visto proprio per scoraggiare nuove ondate di richieste di asilo. Nonostante oggi in Iraq non sia in corso un conflitto aperto su larga scala e il paese registri una sicurezza relativa, le condizioni di vita per molte persone rimangono profondamente precarie. Decine di migliaia di individui non hanno potuto fare ritorno alle proprie case dopo la guerra all’ISIS e vivono ancora in campi profughi. In altri casi, i problemi sono di natura economica: specialmente nelle regioni del Kurdistan, è frequente che gli stipendi arrivino con due o tre mesi di ritardo, quando non vengono negati del tutto. È quindi un sentimento ricorrente, specialmente tra i giovani, quello di sognare la pace, ma di immaginarla altrove: in un luogo che possa garantire non solo la serenità, ma anche una vita dignitosa e prospettive solide per il futuro. Il passaporto iracheno, così debole, diventa così non solo un simbolo di restrizione, ma il muro che separa da quella possibilità.

More Similar Posts
Nessun risultato trovato.