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Le Luci di Mosul (Iraq)

Dall’impatto di una bomba si propaga l’eco di colpi di martello. Pietre sventrate giacciono accasciate una sull’altra, dormono al fianco dei mattoni di un nuovo edificio in costruzione.
Nel pomeriggio, un gruppo di bambini si infila tra le strade vuote della città vecchia, cercano i branchi di cani randagi che oggi vi risiedono. Tra le mani stringono dei sassi, che quando non tagliano il cielo per cadere tra le acque del Tigri, sono destinati ai cani che vivono tra le macerie, quasi a rivendicare quegli spazi che fino a pochi anni fa ospitavano case e negozi e che oggi non possono ancora dirsi un ricordo del passato. Sono ancora vene aperte, lacerazioni vive di una città sopravvissuta.
A Mosul, oggi, di notte si può accendere la luce. Otto anni dopo la liberazione della città dalle forze dello Stato Islamico, quando si guarda il cielo non si devono più temere i cacciabombardieri. Durante i quasi tre anni di occupazione una casa illuminata significava una casa di potere, un centro di militanti, un obiettivo da far saltare. E così, appena il sole tramontava, gran parte della città scompariva nell’oscurità. I Guerrieri Neri, però, sapevano come proteggersi, o per lo meno come ostacolare le strategie delle forze nemiche. Parte dei palazzi dove alloggiavano veniva riempita di civili, scudi umani ai quali diventava difficile assegnare un valore: quale prezzo di vite pagare per liberare la città? Quante morti di civili valeva quella di un militante dello Stato Islamico?
Nel 2025 il bazaar è più vivo che mai. Noor Al Deen, che lavora il rame e l’ottone, racconta con orgoglio di aver ricostruito la cima del famoso minareto pendente, simbolo della città, che l’ISIS aveva distrutto. Ismail ha riaperto il piccolo negozio dove la sua famiglia vende il miele da tre generazioni. Glielo avevano fatto chiudere, e le bombe lo avevano in seguito distrutto. Shams Al Deen ha tirato su un intero edificio con le sue mani e lo ha trasformato in una casa-museo: ha recuperato oggetti che raccontano la storia della sua terra, per lasciare una scritta del passato e della cultura araba di Mosul. Mustafa durante l’occupazione era un adolescente. Oggi riceve gli stranieri che arrivano in città e li accompagna per le strade con un senso di missione: “In quegli anni ho imparato l’inglese, per due anni non sono quasi mai uscito di casa e ho passato il tempo a guardare film e leggere libri. Fuori era troppo pericoloso, anche per un arabo. La barba troppo corta, i vestiti non adatti: i militanti trovavano con grande facilità un pretesto per arrestare le persone, e da lì il passo per essere giustiziati era molto breve. Abbiamo vissuto nel terrore”
Le vie della città alternano nuovi edifici ad altri distrutti. Alcuni hanno ripreso vita al piano terreno, con negozi e caffè, mentre i piani superiori rimangono mangiati dal fuoco e lasciano intravedere la vita che ospitavano un tempo. Altri, sopravvissuti, portano i segni dei colpi dei mitra e dei mortai. In alcune zone rimangono mine inesplose, segnalate da cartelli che invitano a non procedere. L’ombra delle gru è un frequente disegno sull’asfalto.
Per strada le persone hanno lo sguardo vivace e le braccia aperte, pronti ad accogliere i pochi stranieri che cominciano ad avventurarsi per conoscerne la storia. I benvenuti sono calorosi, l’ospitalità cancella con gentilezza i timori, insegna che la storia più importante da scrivere è quella di oggi.
Inevitabile, il passato rimbomba nero nell’anima della città e dei suoi abitanti, come un sogno da cui ci si è da poco risvegliati e che ancora non si è metabolizzato. Ma una cosa è chiara: a Mosul le luci non le vuole più spegnere nessuno.

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