I Paesi - Analisi e Racconti

Afghanistan: 10 fotografie, 10 Storie

 

1 – Entrare in Afghanistan

Nella sabbia che corre sulla strada, trascinata dal vento, ci si stacca dal confine e dalla sua stanza per il chai, per trovarsi nel giro di pochi km nudi tra il deserto. I granelli di polvere abbracciano i turbanti che le persone usano per coprirsi il volto, si aggrappano alle pelli di capre e pecore, tagliano gli occhi, sbavando la matita nera. Ci vuole giusto il tempo per chiedersi quanto tempo ci vorrà per trovare un riparo, prima che i primi curiosi ti fermino per offrirti aiuto, per invitarti nella propria dimora. Un attimo in più per stringere la mano a una barba sorridente, che appesa al braccio tiene un AK-47.
L’unica parola che mi viene in mente per definire l’Afghanistan è: intensa. Non c’è tregua, non c’è vuoto, non c’è silenzio. Le persone sono ovunque, a combattere la vita con thermos di tè verde, sempre con un bicchiere in più, caso mai arrivasse un ospite. I problemi e le immagini vissute perseguitano la mente, anche dove scorre un piccolo torrente e gli uccellini fischiettano. Le montagne rombano dove non lo fanno i motori, pronte a sgretolarsi e a cambiare il panorama nel giro di poche ore.
In Afghanistan c’è il dolore, spesso nascosto da sorrisi che brillano di spontaneità. Ci sono cicatrici, che non hanno il tempo di essere curate, perché bisogna evitarne di nuove. Non c’è nulla, ma c’è sempre qualcuno. Nemmeno la paura è mai da sola, è sempre accompagnata dalla speranza. Di sopravvivere, di trovare lavoro, di andarsene. Che le cose, in qualche modo, Dio le aggiusterà. Basta aspettare. A volte si aprono le porte per una nuova vita, altre quelle del paradiso. Non si sa mai se una visita notturna, dove le torce illuminano i caricatori, siano per un interrogatorio o per stringerti la mano. Non si sa se sotto un campo di fiori dorma ancora la rabbia del passato, pronta a far tacere il futuro.

2 – Un passaporto senza confini

“Can you help me?”.
Come un ronzio, un eco che non trova pace, questa frase risuona giorno dopo giorno. Non dal 2021, ma dagli ultimi quasi sessant’anni. L’Afghanistan, secondo l’Henley Passport Index, ovvero la classifica dei passaporti con più “libertà di movimento”, è all’ultimo posto mondiale. La lotta per la fuga verso una vita migliore è una profonda caratteristica delle vita di tantissimi afghani da decenni. Se le vie legali sono praticamente inesistenti, quelle illegali presentano rischi e difficoltà estreme, che spesso terminano col rimpatrio, o peggio, con la morte. Un’arrampicata a mani nude su un muro verticale, dove solo i più fortunati trovano un varco che abbia occhi per vederli e orecchie per ascoltarli.
Dall’invasione sovietica del 1979 a oggi non c’è stata tregua. La guerra civile, il primo emirato talebano, l’invasione e i bombardamenti degli U.S.A., e infine il ritorno dei talebani del 2021. Ogni generazione ha avuto una propria fuga.
Storicamente i paesi dove è stato più facile rifugiarsi sono stati Pakistan e Iran, dove sono state comunque numerose le denunce di discriminazioni e umiliazioni. Dal ritorno dei talebani, però, anche i paesi vicini hanno deciso di fare massicce campagne di espulsione. Gli afghani sono visti con sospetto, considerati persone povere, instabili e che creano problemi di sicurezza. Sono quindi cominciati veri e propri rastrellamenti, con raid notturni, arresti e deportazioni anche di persone con documenti validi, anche nei confronti di famiglie che vivevano sul territorio da decenni. Uomini e donne nati sul posto, con un lavoro o che vanno a scuola. Negli ultimi tre anni sono più di 6 milioni le persone rimpatriate (dati UNHCR).

Il mio telefono squilla continuamente, i messaggi su whatsapp sono innumerevoli. Tanti mi salutano con affetto, ma dopo un po’ la domanda arriva fatidica: “Mi puoi fare andare in Italia?”. Io che arrivo su una bicicletta, e vivo in una tenda che pianta i propri picchetti nella terra di una lunga lista di paesi. Io che qui ho deciso di esserci di mia spontanea volontà. “Quanti paesi hai attraversato per arrivare fin qui?” mi viene spesso chiesto, con un misto di stupore e affranta gelosia.
Le mie risposte sono stanche, svuotate dal continuo sforzo di cercare qualcosa in un campo che è completamente vuoto. Perché oggi, nel 2026, essere afghano significa vivere su un pianeta staccato dal proprio pianeta. Essere dove non si è, sapere senza avere modo di attraversare, camminare e spaccarsi le unghie sulle pareti di una gabbia di vetro. Non esistono vie legali per entrare in Europa o per andarsene. Eppure il mondo è lì. Ci vivono cugini, amici, persone che, come me, un giorno sono semplicemente arrivate da quel altrove.
Talvolta poi, per chi è stato lontano tanti anni, non apre le braccia nemmeno la propria madre terra. Uomini e donne che non appartengono ormai ad alcun luogo, in cui sono stranieri nell’unico paese in cui possono stare. Come Ibrahim che è dovuto tornare dopo sedici anni all’estero, e qui vive nel ripudio della famiglia. “Pensano che sia diventato cristiano e mi odiano per questo. Quando sono tornato mio padre ha gettato nel fuoco il mio passaporto e l’ha bruciato con tutti i documenti per tornare in Inghilterra”. Ha avuto nove figli, ma due sono morti perché al villaggio non arrivano medicine. “In casa mi chiamano falso musulmano. Sono disperato. Sto cercando tutti i modi per tornare in Europa. Ma a breve scapperò, ce la farò, emigrerò di nuovo. E questa volta porterò anche i miei figli”.
Per giorni ho pensato all’Afghanistan. Alla fine, però, ho capito che le cose di cui sono più grato sono due: la possibilità di poterla conoscere e avere la libertà di andarmene.

 

3 – Il Volto Quotidiano Dei Talebani

Quando da lontano vedi scintillare un sorriso immerso tra lunghi capelli e folte barbe nere, che ti aspetta impaziente e ti fa segno con la mano di accostare, non sai se fidarti più di quello o se considerare il mitra che lo accompagna. Quando i passamontagna e le sciarpe ti nascondono l’unico indizio che hai per decifrare il tipo di accoglienza, la carta da giocare che resta è l’unica che avresti saputo leggere: sorridere.
Quella del talebano è una figura quasi impossibile da decifrare: immagine, e spesso braccio, di un’amministrazione estremamente rigida e repressiva, ma anche uomo che nel 2026 è sempre più incuriosito dal mondo esterno, che mette la testa fuori dal bunker e tra un tè e l’altro ti riempie di domande. E, soprattutto, figlio di un’etnia, quella dei Pashtun, che fa dell’accoglienza e dell’ospitalità uno dei valori più sacri in assoluto.
Di fatto un gruppo di studenti religiosi, i talebani comparvero nel 1994 promettendo di riportare ordine e pace in un Afghanistan travolto dalla guerra civile, dove omicidi, rapine e stupri facevano parte della quotidianità.
Il Mullah Omar fu la prima guida, formalmente un presidente, di fatto un maestro spirituale che governava attraverso una rigidissima interpretazione della Sharia, dove religione, morale e vita quotidiana diventavano un’unica cosa, in una visione influenzata tanto dalla tradizione islamica quanto dalla cultura tribale pashtun.
Quello che succedeva circa trent’anni fa si è riproposto nel 2021, quando gli americani hanno lasciato il territorio afghano, lasciando alle proprie spalle un paese in cui una parte della popolazione era travolta dalla paura del ritorno dei Mujaheddin, mentre un’altra vedeva nel loro ritorno la promessa di ordine, sicurezza e valori religiosi condivisi.
L’amministrazione di oggi è sicuramente molto diversa da quella del passato. Se prima il mondo era una scatola rigidamente chiusa e le menti dei governanti seguivano lo stesso passo, nell’attualità le porte dell’informazione sono infinitamente più aperte. Gli smartphone dilagano, gli afghani osservano il mondo esterno come non era mai successo prima. Sanno, sentono, vedono: e così come per il popolo, lo stesso vale per i soldati. Capita quindi spesso, tra un Kalashnikov, un controllo di passaporto e un tè, che i talebani ti chiedano facebook, si stupiscano perché non hai un canale youtube o un profilo tiktok. Nel 2025 il governo ha imposto diversi blackout e limitazioni alla rete, ufficialmente per contrastare contenuti considerati immorali. Ma dopo poco tempo è diventato evidente quanto anche l’Afghanistan fosse ormai dipendente dal web, dovendo accettare che il controllo sulla rete è ormai qualcosa di impossibile, in un paese dove non c’è segnale e internet quasi da nessuna parte, ma dove tutti hanno un telefono.
Com’è sempre più aperta la rete, lo sono oggi i confini nei confronti dei turisti stranieri. In passato, e in parte ancora oggi, una delle principali preoccupazioni del regime Talebano era quella di mantenere il più puro possibile il proprio paese, chiudendo tutto quello che da fuori poteva sporcarlo. Il ragionamento, portato all’estremo, è lo stesso di quando ci veniva proibito di guardare la televisione, perché ci riempie la testa di spazzatura e stupidità. In questo caso nei confronti di un Occidente travolto dal capitalismo, percepito come moralmente corrotto e portatore di valori spesso considerati diabolici. Molti afghani, di fatto, lo vedono come un mondo che pretende di decidere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, guardando con arroganza alla cultura islamica. “Perché dovremmo essere come voi? Chi ha deciso cosa è bene e cosa è male? In cosa potete dirvi migliori?”.
Oggi però filtrare tutto questo non è più possibile come lo era trent’anni fa, e anche i talebani, da umani, stanno lentamente cadendo nella curiosità che il mondo propone, buona o cattiva che sia. E così le porte alla diversità si sono aperte. Un turista porta soldi, ma ha anche dietro di sé un pericoloso bagaglio culturale. Allo stesso tempo è portatore di tanto onore. Nella cultura pashtun la vendetta e l’ospitalità convivono da sempre come valori assoluti. Non c’è nulla di più sacro che avere un ospite. Il sangue può scorrere per una faida, ma anche per proteggere uno straniero accolto nella propria casa. Così mi ritrovo più volte a incontrare uomini che si proclamano ancora oggi mujaheddin, i combattenti della guerra santa, che mi stringono la mano e si dichiarano “Completamente al vostro servizio. Sarai mio ospite, finché sarai con me non dovrai preoccuparti di nulla”. Un tetto dove dormire, del tè e del cibo non mancano mai. “Now you are safe!”, mi dicono con orgoglio.
Le forme di censura sono ancora ampie, verso i giornalisti e l’informazione, ma anche sulla musica e la danza, accusate di corrompere la purezza islamica. Il problema, agli occhi del regime, non sono le arti in sé, ma il fatto che, dopo decenni di guerre e isolamento, gran parte della musica, delle danze e dell’intrattenimento arrivi inevitabilmente dall’esterno, e di conseguenza da quel mondo corruttore che distruggerebbe pian piano i cuori e le anime dei propri fedeli.
Se da un lato tanta gente soffre di queste scelte, soprattutto perché ha perso il proprio mestiere e fa la fame, accompagnate da tante altre rigidità difficilmente accettabili, c’è da dire che l’Afghanistan non era un paese così sicuro da tanto tempo. Chi pro, chi contro l’attuale governo, sono in tanti a riconoscere che “In queste strade solo quattro anni fa sarebbe stato impossibile transitare. Eri certo di venire rapinato, sequestrato o peggio, ucciso”. Si sente ripetere tra le montagne, nei villaggi, nelle periferie delle città. Anche per le donne, vittime prime di un sistema soffocante, uscire di casa è cambiato sostanzialmente. Se prima del 2021 rapine, violenze e abusi erano una paura quotidiana in molte aree del paese, oggi tante persone raccontano di sentirsi più sicure per strada. Una piccola goccia consolatoria, in un mare comunque difficile.

I talebani sono ovunque, parte della quotidianità in tutto e per tutto. Posti di blocco, moto che ronzano di continuo, avamposti nascosti tra la terra delle gole. Difficilmente si passa una giornata senza vedere un mitra. A me non è mai capitato il contrario. Gli incontri sono un continuo, e offrono un panorama umano molto ampio, che il più delle volte mostra uomini estremamente gentili e disponibili. Le domande, spesso tra i militanti più giovani, sono una cascata travolgente: l’amore, le donne, il cristianesimo, le preghiere di altre religioni, le usanze culinarie. Una grande curiosità, la maggioranza delle volte accolta con grande rispetto, qualsiasi sia la risposta. Personalmente mi metto pochi filtri: rispondo sulla libertà delle donne, sul cristianesimo, sull’amore senza matrimonio. Argomenti scomodi. Una sola volta un ufficiale più anziano mi ha guardato schifato e se n’è andato. Qualche volta hanno provato a convertirmi all’Islam, tante altre mi hanno semplicemente ascoltato e hanno poi detto il loro parere. Ho avuto paura, quando una notte sono stato svegliato da tredici uomini armati, che puntandomi le torce in faccia e circondando il mio letto, mi hanno interrogato per più di venti minuti. Ho riso sinceramente, quando a un checkpoint ho dato la macchina fotografica in mano al comandante, il quale non smetteva più di tormentare i propri compagni scattando le fotografie più invasive, e vestendomi come loro, carico di munizioni e pistole. Certo, il trattamento per uno straniero è sicuramente diverso. Più volte ho visto uomini atteggiarsi con durezza eccessiva e prepotenza verso gli altri afghani; è molto complesso quindi stabilire un limite, comprendere realmente i comportamenti.
Un cambiamento rispetto al passato, però, c’è. Capita di sentire musica uscire da auto o moto, Shakira appare con il suo calore latino sulla tv sportiva nazionale, sempre più stranieri stanno trovando il coraggio di conoscere questo paese, portando inevitabilmente con sé un cambiamento. Soprattutto, però, dopo quarant’anni di guerra, per la prima volta tante persone riescono almeno a tornare a casa vive.

 

4 – Il Popolo Hazara

Occhi verdi dentro un taglio a mandorla, altri azzurri su pelli scure che non temono il sole. Iridi nere, profonde, nascoste tra le tenebre di folte barbe arricciate. Se c’è una cosa che è difficile in Afghanistan è riconoscere tutti i popoli che ci si trova davanti ogni giorno. I volti mediorientali dei pashtun si mischiano ai lineamenti centroasiatici degli uzbeki, mentre quelli degli Hazara ricordano spesso l’Estremo Oriente.
Storicamente discriminati e perseguitati, gli Hazara sono ancora oggi considerati da molti gli eredi di Gengis Khan. Un popolo macchiato, agli occhi di molti, da più di una colpa: quella di essere considerato discendente dei mongoli di Gengis Khan, gli invasori che nei secoli passati devastarono queste terre; e quella religiosa, essendo musulmani sciiti. Infedeli, per molti.
Percorrendo le strade sterrate tra le montagne, in un susseguirsi di villaggi fatti di argilla e paglia che si assomigliano spesso tra loro, è inevitabile invece notare quanto sia netto il cambiamento etnico-sociale. Nel giro di pochi chilometri un villaggio tagiko lascia il posto a uno uzbeko, con tratti somatici completamente distinti. Talebani Pashtun si alternano ad altri provenienti dal nord del paese. Lungo le pietrose salite che arrivano fino alla provincia di Bamyan è però evidente l’ingresso nella terra degli Hazara. Gli occhi a mandorla riempiono i campi e le strade, aumentano le donne, i loro sguardi e i risolini al tuo passaggio. In farmacie e negozi capita che siano loro a servirti, evento impossibile in altre zone del paese.
L’impatto visivo e sociale, visto il mescolarsi dei volti, può in parte creare degli ostacoli a uno sguardo nuovo come il mio. L’ambiguità su quale popolo si ha davanti crolla però non appena si iniziano ad ascoltare le storie. “Possiamo avere molti problemi per la nostra religione”, mi racconta Reza, che vende le mele dei suoi alberi e mi ospita per la notte nel container in cui vive con un amico. “Spesso cercano di convincerci a cambiare fede, ci fanno pressione. E a volte le pressioni diventano violente.”, dice riferendosi ai talebani, “C’è chi può anche arrivare a ucciderci per la fede. Noi siamo stati minacciati tante volte.” Hassan, l’amico, mi guarda e aggiunge a voce bassa: “Pochi giorni fa molti Hazara sono stati uccisi nella regione di Herat, per essere di religione sciita”
Hassan si riferisce all’attacco avvenuto pochi giorni prima nella regione di Herat, quando uomini armati hanno aperto il fuoco contro un gruppo di civili sciiti riuniti vicino a un santuario religioso. Tra le vittime c’erano anche donne e bambini.
A rivendicare l’attacco è stato il principale persecutore dei tempi odierni del popolo Hazara: l’ISIS-K. Ramo afghano del famoso Stato Islamico di Siria e Iraq, è un gruppo apertamente ostile non solo all’Occidente, ma anche agli stessi talebani, considerati troppo moderati e concentrati sull’Afghanistan invece che sulla jihad globale. Gli Hazara sciiti sono uno dei bersagli principali del gruppo, che negli ultimi anni ha compiuto attentati contro scuole, moschee, mercati e quartieri hazara, soprattutto a Kabul. È proprio al mercato di Bamyan, la città principale della provincia abitata dagli Hazara, che incontro Omar. Ex giornalista, oggi gestisce un piccolo negozio in cui gli affari non vanno bene. “Nel 2010 queste strade erano piene di turisti. Una bottega come la mia guadagnava anche 4-500 dollari al giorno. Ora arrivo a 2000 afgani (32 dollari). Solo l’affitto me ne costa 10 mila. È molto dura qui, sono triste e preoccupato, soprattutto per i miei figli. Non so che futuro possano avere, tantomeno con un padre macchiato di due crimini: essere un giornalista, ed essere Hazara”. Poi mi racconta delle persecuzioni che da più di un secolo tormentano il suo popolo. Il momento più devastante arrivò alla fine dell’Ottocento, sotto l’emiro Abdur Rahman Khan, che lanciò campagne militari violentissime contro di loro, in quello che viene ricordato come il genocidio degli Hazara: migliaia vennero uccisi, ridotti in schiavitù o costretti a fuggire verso Iran e Pakistan. Ai pochi sopravvissuti vennero confiscati beni e terre. “L’Emiro di Ferro massacrò gran parte del mio popolo. A Kabul venne costruita una torre con le teste delle persone uccise, altre costruzioni vennero fatte con terra e ossa”. Un modo per spargere terrore, un monito contro eventuali ribellioni future.
Nelle valli fuori Bamyan sembra regnare la pace. In alcune zone remote, piccoli villaggi sopravvivono fuori dalle aree più battute dai talebani, spesso privi di elettricità. “Siamo gente molto povera”, mi dice Mohammad, “Non possiamo avere lavori governativi. Siamo un popolo di contadini e pastori. È tutto quello che ci resta”.
C’è chi ha provato ad andare a vivere a Kabul, dove la vita è più agevolata dai servizi, ma dove l’aria è irrespirabile, e la lontananza dalla propria comunità si fa sentire. Meglio tornare a casa, dove è più facile morire per la natura che per mano di un uomo.
Durante il tramonto i ragazzi che hanno finito di lavorare nei campi si ritrovano per giocare a pallavolo, lo sport più praticato nel paese, una delle poche distrazioni esistenti. A Bamyan mi ero trovato in un campo di gioco dove pensavo di trovare solo Hazara, e dove invece talebani pashtun avevano appoggiato gli AK-47 per sfidarsi tra la polvere con gli altri uomini, dagli occhi e destini diversi, ma che in quell’occasione erano diventati compagni.
Chissà se un giorno potranno esserlo anche fuori.

 

5 – Le Vie della Polvere

Lo sguardo cade sulla mappa, segue linee di colore diverso guidato da riferimenti che dà per scontati. Una linea arancione, carnosa, significa una strada sicura o, per lo meno, sufficientemente agibile. Una bianca ti mette in guardia. Una azzurra che indica un fiume che rimane “sopra”, avvisando che un ponte non c’è, ti prepara.
Le città sono grandi formicai, caotici insiemi di volti e rumori dove i riferimenti si perdono in fretta. L’Afghanistan è nelle strade. È fuori, appena un passo oltre, dove le rocce e la terra prendono il posto del cemento. Cominciano i clacson, le persone che ti chiamano da ogni casa o bottega: “Chai bakhar!”. Vieni a prendere un tè? Auto e moto rallentano, prendono il ritmo dei pedali e iniziano conversazioni che durano pochi secondi o lunghi minuti, senza togliere il piede dall’acceleratore. Persino i checkpoint, che immaginavi ostili, spesso finiscono per offrirti ombra, acqua e riposo. Auto in avaria, moto con le catene spezzate, uomini che incontri camminare nel mezzo di una gola estremamente isolata: “Mi si è rotto il mezzo. Sto andando al villaggio a cercare pezzi di ricambio”. Tra quanti giorni ne uscirà?
Le strade, spesso, sono dei disegni immaginari. Una linea di sassi più chiara rispetto a quelli circostanti, che qualcuno si è divertito a segnare sulla mappa come “via principale”. A volte si procede per ore quasi senza avanzare, e allora non resta che cantare una canzone e aspettare che il tempo faccia il suo corso. Le porte che ti aprono, però, appartengono a mondi remoti: gli occhi strabuzzano al tuo arrivo, nessuno crede tu possa essere uscito da lì. La sorpresa si trasforma presto in lusinga. “Sei venuto fin qua? Perchè? Hai attraversato la via “Spacca denti” per venire a trovare noi?”. I sorrisi non si contano, il villaggio si riunisce intorno allo straniero, gli inviti diventano quasi competizione. Chi avrà l’onore di ospitare l’avventuriero? Un attimo dopo sono altri sassi ad accompagnarti. Linee di terra che si intrecciano ti costringono a cadere. Un pastore con le capre ti invita a rialzarti. Altre strade inventate fingono di creare un passaggio tra le gole, dove solo le frane decidono chi avanza e chi no. Capita di incontrare uomini che spostano pietre nel tentativo di vedere una direzione, pulmini che a ogni curva fanno scendere le persone e le mettono a monte, a stringere funi e corde per evitare che il baratro si faccia del bus un sol boccone. Hanno ragione in tanti a guidare solo asini. Non importa se la scelta sia obbligata dall’economia, rimane probabilmente l’unica adatta.
Quando cade una montagna, per un attimo si ha l’impressione che il mondo sia finito. “This is Afghanistan” dice qualcuno scuotendo la testa. Non ce ne andremo mai da qua.
Ma in Afghanistan tutto può essere strada.
Un fiume, un gruppo di sassi, un gruppo di tronchi, una lingua di terra, un’idea. Basta vederla così, e non ci sarà villaggio che non sia raggiungibile.
In Afghanistan, le poche auto che si avventurano fuori dalle strade principali sono come i bombi, che volano senza sapere di non esserne capaci: non sanno che non dovrebbero farcela. E invece, spesso, ce la fanno. 

 

6 – La Sacra Ospitalità

Quando il sole sta per scomparire dietro le montagne, in una terra che raramente ha luoghi dove dormire per viandanti, e dove i luoghi nascosti dove montare la tenda possono nascondere ordigni inesplosi, c’è una formula molto semplice. Fermarsi alle prime persone e chiedere di un luogo che sai non esistere. Non importa, perché almeno una di loro si offrirà di portarti a casa sua.
Ogni giorno, decine di volte, se uno volesse. Ogni sera, più volte, se solo ci fossero più notti nel corso di una giornata. L’ospitalità, in Afghanistan, è qualcosa di surreale e quasi incomprensibile. Cresciuti in una società dove ogni cosa ha un prezzo e dove il bene individuale è spesso quello più importante, per un occidentale entrare nelle case afghane è uno shock emotivo.
La povertà dilaga, i volti portano cicatrici e sono segnati da rughe profonde già in tenera età. Le storie delle persone sono colme di dolore, e non fanno nulla per nascondere le ferite che continuano a sanguinare. Non ci sono strumenti per chiuderle, non ancora. Eppure ad aprire le braccia non c’è un limite. Un semplice tè, invito che attraversando un villaggio riecheggia ogni poche decine di metri, è la chiave per le più convenevoli strette di mano. Il passo successivo arriva spesso dopo appena pochi minuti: ”Hai fame?”. Spesso si chiacchiera in silenzio, perché la barriera linguistica è forte, e perché in pochi sanno leggere il traduttore. Tra chi sa l’inglese, o almeno qualche parola, la frase che conoscono meglio è spesso la stessa, che segue poco dopo: “Be my guest”. In alternativa il segno è semplice: le due mani si appoggiano alla guancia, gli occhi si chiudono, il collo si inclina. Resti?
A volte si soffre, quando entrando nelle case, si viene onorati e serviti come un principe, nonostante chi ti ha aperto la porta non abbia praticamente nulla. Capita di mangiare pane e riso macchiato di pomodoro per giorni. A volte è tutto quello che la famiglia possiede, ma per un ospite non manca mai. Ci si riunisce, si stende una tovaglia di plastica, insieme si mangia dagli stessi piatti, con le mani, perché le posate non sono solo una tradizione lontana, ma spesso un lusso inutile. Quando il cibo è quasi finito, non sarà mai nessuno di loro a terminarlo del tutto. Tutti si tireranno indietro, lasciando all’ospite il piacere di mangiare gli ultimi bocconi, di assicurarsi la pancia più piena.
Le case di terra e paglia, circondate da mattoni di letame lasciati seccare al sole per alimentare il fuoco, riservano quasi sempre una splendida sala per gli ospiti. Tappeti di colori vivaci riempiono pavimenti e pareti, i cuscini riposano la schiena, materassi sottili fanno da sedia, divano e letto.
Come possiamo arrivare, noi occidentali, a comprendere tanta generosità? Noi che, spesso, chiediamo un rimborso anche per una cena tra amici, o che ci sentiamo speciali se offriamo una birra a qualcuno? Nulla è scontato, ci mancherebbe. Ma io, che vivo su una bicicletta, e ho con me una quantità di beni comunque limitata, mi sento quasi osceno nella mia abbondanza al cospetto di queste persone. “L’economia nel mio paese sta andando una merda”, penso tra me e me. Ma come faccio a dirlo di fronte a quello che sto vivendo? Eppure qui le porte si aprono come a un figlio. Tutto quello che si può condividere viene condiviso. E quando non ne puoi più, quando è già più che abbastanza, l’unica certezza è che qualcuno tornerà ad assicurarsi che tu non abbia bisogno di altro.
La forza della religione in questo è profonda. Per Allah non c’è regalo più grande che accogliere un ospite. E’ un grande onore per la famiglia che ti accoglie. La fede islamica, però, porta anche tutti a sentirsi come fratelli, parte della stessa famiglia. Tutti quelli che arrivano alla propria porta verranno sfamati, dissetati e aiutati. Succede tra i Pashtun, tra gli Hazara, tra i Tagiki, tra gli Uzbeki. Succede in città, nelle valli, tra le montagne. Succede con i pochi che hanno un 4×4, o con quelli che sulla mano contano il numero delle pecore o degli alberi di albicocca che possiedono.
Penso a Ten Ha, il veterinario del villaggio di Kahmard, che con orgoglio mi porta a casa in moto sfrecciando davanti a decine di persone del villaggio, riunite per vedere il nuovo arrivato. Ci fermiamo di continuo: compra il riso, il pollo, lo yogurt fermentato, il pane, la bibita gassata. Arrivato a casa non si concede un momento di pace. Mette a bollire l’acqua per il tè, mi serve delle albicocche secche e poi va nell’orto a raccogliere pomodori, cetrioli, ravanelli e rucola. Alla fine prepara una cena sproporzionata e regale. Poi mi lascia dormire nel suo letto, preparandosi un’altra piccola cuccia appena accanto, nell’unica stanza della casa.
Viaggiando, essere invitati in casa da qualcuno è uno dei più profondi privilegi. Un evento non sempre frequente. In Afghanistan è talmente una costante che, a volte, si finisce addirittura per volerne scappare. La gente è cordiale e meravigliosa, ma l’ospitalità richiede attenzioni continue, energie che nei lunghi giorni di viaggio scompaiono velocemente. Dopo giorni e giorni sulla strada, si inizia a sognare di poter passare anche una sola ora a rilassarsi da soli, coi propri spazi. Dentro, però, cresce anche il peso di voler restituire qualcosa. Poi, quando finalmente si riesce a nascondersi, arriva il senso di colpa per aver rifiutato tanta gentilezza. Così in Afghanistan, persino la solitudine finisce per sembrare un lusso. 

 

7 – Nel Fiume Della Siccità

Un velo rosso ondeggia nel vento, tenta di scappare allo sforzo di una giovane donna che, sotto un caldo sole pomeridiano, si piega a più riprese sulla leva di un pozzo. L’acqua esce lentamente. Il viso, a tratti, fugge dal sottile nascondiglio, cadendo preda del mio sguardo. Intorno le montagne si stendono aride, coperte di pietre, ogni giorno più calde.
I colori dell’Afghanistan in primavera sono letteralmente due. Nitidi, quasi spaccati nel confine tra loro. Marrone chiaro, ovunque. Verde intenso, in basso, nelle valli, dove ancora scorre l’acqua. Solo verso il cielo pennellate di neve cambiano il volto alle montagne.
La primavera è la stagione dell’acqua: arrivano le piogge e si sciolgono le nevi. Da tempo mi ero mentalmente preparato a dover attraversare fiumi che non hanno ponti, a incontrare torrenti che portano con sé il freddo accumulato sulle cime, diventando impetuosi e temibili. Al mio passaggio, però, tanti di loro si presentano, con sorpresa, facili: sono secchi, un cumulo di sassi. In una terra dove anche le case, dello stesso colore e materiale delle montagne, sembrano avere sete, i ghiacciai e le nevi sono sempre stati più di una speranza: una certezza imprescindibile. E invece anche loro, rubando in modo beffardo il sogno a tante persone di quella terra, se ne stanno andando. Il 14% è scomparso nel solo periodo tra il 1990 e il 2015, gli altri arretrano velocemente, vittime di temperature sempre più in crescita.
Nei villaggi incontro spesso pozzi abbandonati. Mentre una bambina di pochi anni beve tirando su con le mani l’acqua marrone da un piccolo fosso di irrigazione, mi chiedo se sia per una scarsa manutenzione o perché non c’è più niente da pompare. L’Afghanistan, paese che già di per sé, per ovvi motivi storici, soffre di grandi lacune di infrastrutture idriche, si sta avventurando in un ciclone di sete, più di quasi ogni altro paese. Un paradosso: uno dei minori produttori di emissioni a livello globale si trova a essere tra i più colpiti dal cambiamento climatico. Kabul, una città che continua a riempirsi sempre di più sopra il suolo, si sta svuotando velocemente appena sotto: si stima che già nel 2030 non avrà più acqua per i suoi abitanti. Le falde sono quasi vuote.
In un paese che vive di agricoltura e allevamento l’acqua è il più importante degli alleati. Tutto dipende da lei. I frutti dei campi servono ad avere il cibo non solo per la giornata, ma per preparare le scorte per sopravvivere l’intero anno. Gli animali sono una delle poche ricchezze a cui aggrapparsi, danno latte e carne anche d’inverno. Producono letame per scaldare le case. Chi vive le sue valli, però, non sa, ogni volta che il cielo diventa nero, se gioire perchè i suoi campi e i suoi animali si disseteranno, o tremare, perchè dal cielo cadranno le montagne. “Sai, qui tutto cambia di continuo. I laghi che hai visto lungo la valle sono piuttosto recenti. Uno è nato con un terremoto che ha fatto cadere un pezzo di montagna. Un altro per una frana. Ogni anno, in primavera, abbiamo molti problemi con le inondazioni. Si portano via i nostri campi, gli animali, le strade. Tante volte si portano via anche le nostre persone”. E così succede, davanti ai miei occhi. Bastano un paio di ore di pioggia, nemmeno troppo intensa. Le strade scompaiono sotto centimetri di acqua melmosa e irrequieta. Grandi canyon, poco prima semi secchi, ruggiscono, urlano, travolgono tutto ciò che trovano sul proprio cammino con immense ondate di fango marrone. Le montagne non riescono a trattenere le piogge, sono scivoli fatti di argilla e sassi che vanno da piccole pietre a rocce grandi come un palazzo. Quando cadono si mangiano tutto quello che trovano sotto. Poi, improvvisamente, la pioggia tace. Nel giro di un paio d’ore i fiumi si addormentano, da bestie tornano a essere bambini innocenti. Sembra che non sia successo nulla. Intorno, però, il paesaggio è cambiato. Gli argini si sono allargati, avvicinandosi di qualche minaccioso centimetro alle case. Qualche pietra ha preso posto nel fondo valle. Qualcosa o qualcuno è scomparso per sempre.
Tante volte la corrente non si porta via solo un affetto o il prodotto del duro lavoro. Strappa il sudore che assicura il presente, saccheggia le famiglie del proprio futuro.

 

8 – La Guerra dopo la Guerra

Durante la primavera, le vallate tra le montagne deserte si dipingono di verde. Il vento accarezza i ciuffi morbidi del grano, le foglie godono della brezza, tremanti di piacere. Il sole non è ancora troppo forte, i papaveri rossi si mischiano a fiorellini gialli, violetto e celeste, creando distese colorate che si perdono a vista d’occhio. L’aria, finalmente, non porta più il rumore dei B52 americani. L’unico rumore metallico è talvolta quello di un martello che batte in una qualche casa del villaggio.
Col ritorno dei talebani la situazione nel paese sembra essersi stabilizzata. Il rischio di rapine e rapimenti è praticamente scomparso, così come quello di scontri a fuoco tra gruppi armati. L’apparenza è turbata da qualche scontro col vicino Pakistan, o dalle sempre più rare incursioni dei gruppi ribelli dell’ISIS-K, ma in generale camminare per le strade non è mai stato così sicuro dagli anni 70. I nemici, però, ci sono ancora. Non in carne e ossa, ma con il terribile ingegno che porta gli uomini a macellarsi con l’inganno. Le mine antiuomo.

In Afghanistan, oggi, non si ha più paura del cielo, ma si continua ad avere paura della terra. Le valli incantate, dove i bambini corrono e i pascoli riposano, sono tra le più pericolose trappole che il mondo conosca. Dal 1989 sono più di settecentomila le mine antiuomo che sono state rimosse, più di tredici milioni gli ordigni esplosivi. Oggi, però, i lavori di pulizia sono praticamente inesistenti e il numero reale di quante ancora ce ne siano resta impossibile da conoscere, anche se si stima che ci siano più di mille chilometri quadrati di territori contaminati, 1500 comunità ad alto rischio.
Raramente esistono cartelli che avvertono su un territorio pericoloso. Gli unici a fermarmi sono i contadini, quando mi indicano il limite del loro campo come zona sicura. Lungo la strada che da Kabul porta a Bamyan, però, c’è una serie di dossi a ricordare il rischio: uno per ogni persona che lì è saltata su una mina.
Circa il 70% delle vittime sono bambini, che giocano o che portano al pascolo gli animali. “Ne arrivano tantissimi”, racconta Mattia dall’ospedale di Emergency a Kabul. “Di solito accogliamo persone per incidenti stradali, sparatorie e bambini che cadono dai palazzi perché lasciati incustoditi. Ma nessuno quanto le vittime per le mine. Ci arrivano persone che hanno perso una gamba o entrambe. Bambini senza braccia e coi volti sfregiati”. Nel 2024, nel solo ospedale di Emergency, arrivava una vittima da mina ogni tre giorni. Nel 2025 si sono registrati 92 morti e 375 feriti.
Sovietici, mujaheddin, la NATO, i talebani: tutti hanno lasciato ordigni. Così capita che un bambino nato oggi possa perdere una gamba per una guerra iniziata prima della nascita di suo padre.

 

9 – La Fame dell’Oppio

Nelle conversazioni con amici e altri viaggiatori che, come me, si stavano dirigendo verso l’Afghanistan, c’era un tema che spesso ritornava. L’oppio. Qualcosa dato per scontato, un simbolo riconosciuto a livello mondiale, per cui ognuno di noi in qualche modo si era chiesto: “Come lo affronto?”.
In un mese in Afghanistan, girando in bicicletta su vie principali e zone estremamente remote, non ho mai visto un campo coltivato da papaveri. Timidi esemplari del fiorellino rosso, sparsi qua e là in maniera libera e confusa, ma mai la più famosa delle produzioni che l’Afghanistan “vanta” nell’ultimo periodo storico. Non ho nemmeno visto, a Kabul, quell’epidemia di tossicodipendenti che in tanti raccontano. Ai miei occhi sono stati invisibili, non c’erano. Ho sicuramente camminato le strade sbagliate, o la folla li ha sommersi impedendomi di riconoscerli. I fatti tornano continuamente a ricordarmi che ci sono, come l’assordante richiamo del Pakistan, che a marzo 2026 ha bombardato un ospedale-centro di recupero, uccidendo centinaia di uomini che tentavano di curarsi dalla dipendenza. Nel 2026, però, il papavero da oppio è una coltivazione che sta scomparendo dal paese. Come già successo alla fine degli anni 90, il regime talebano ne ha di nuovo duramente vietato la produzione. In alcune zone, però, sembra continuare. È troppo alto il valore economico di un commercio di queste dimensioni per cancellarlo del tutto. Gran parte dei campi sembra essere sparita, lasciando dietro di sé il sollievo di chi spera in una lenta guarigione, insieme a una lunga fila affamata che dal papavero aveva un altro tipo di dipendenza: quella economica. In un paese arido come l’Afghanistan, quasi privo di industrie e di produzioni rapide, il papavero da oppio è una delle rare coltivazioni che sopravvive e ricambia lo sforzo. In una terra dove quasi nulla garantisce un raccolto sicuro, resiste. Chiede poca acqua, cresce rapidamente, garantisce soldi immediati. Il discorso scivola così rapidamente dal narcotraffico e dalla tossicodipendenza a qualcosa di molto più semplice e quotidiano: agricoltura. Lavoro. Cibo. Sopravvivenza. Cosa ne è oggi di tutte quelle famiglie che vivevano coltivando il papavero e alle quali il governo talebano non ha proposto alcuna soluzione alternativa?
A Dushanbe, in Tagikistan, avevo visto il frutto del riciclaggio del narcotraffico afghano. Distese di enormi palazzi vuoti, costruiti per nessuno. In Afghanistan, invece, non ne ho trovato che il racconto, e rimango con l’idea di una realtà che non capisco se sia rimasta nascosta dietro un angolo o se effettivamente sia sulla strada della sconfitta.

10 – La Donna

Tra le strade dell’Afghanistan le donne ci sono.
O meglio: ci sono e non ci sono allo stesso tempo, come se la loro presenza fosse regolata da qualcosa che non è mai del tutto visibile. Le immagini di un narratore oggi devono seguire un regolamento rigido: non si possono fotografare. Basta un telefono alzato o una macchina fotografica in mano perché qualcuno scompaia dietro un muro, un velo o una porta. E non è solo il rispetto di una regola. È anche il rischio di rimproveri da parte delle famiglie o delle forze dell’ordine, sia per la donna che per chi la fotografa. Così la loro presenza diventa intermittente. Reale quando ci vivi accanto. Invisibile quando provi a fissarla in un’immagine.

Dopo alcuni giorni che pedalavo per il paese ho deciso di non salutare più le bambine. Ogni volta che tentavo un “Salam Aleikum” o un gesto con la mano, la risposta era quasi sempre la stessa: visi sconvolti, a volte grida di fastidio, a volte rimproveri netti, come se avessi attraversato una soglia che non avevo capito. Mi sembrava di fare più male che bene, anche senza volerlo. Poi però, quando mi sono imposto di non farlo più, due bambine che stavo ignorando mi hanno salutato urlando sorridenti. Come se il problema non fosse il gesto in sé, ma il contesto in cui cadeva. In quel momento ho smesso di capire cosa fosse giusto fare.
L’Afghanistan è uno dei paesi più religiosi del mondo, ma fermarsi a questo significherebbe capirne ben poco. Perché qui la religione non è solo fede: è struttura sociale, linguaggio quotidiano, codice morale e, inevitabilmente, anche politica. Cambia da valle a valle, da città a villaggio, da famiglia a famiglia. E soprattutto cambia nel tempo, seguendo i movimenti del potere più che quelli delle idee. Nel corso dell’ultimo secolo, il rapporto tra donne e spazio pubblico ha seguito queste oscillazioni in modo quasi brutale. Negli anni ’70, e poi nel periodo seguito al 2001, nelle città si sono aperti spazi nuovi verso studio, lavoro e amministrazione. Ma basta uscire dai centri urbani per capire che quella non è mai stata tutta la storia. Nelle aree rurali matrimoni combinati, divisione rigida dei ruoli e limitazioni sociali hanno continuato a esistere senza interruzioni reali. Anche quando Kabul veniva raccontata come “moderna”, con le foto delle “hippie” che arrivavano in Occidente come simbolo di un Afghanistan quasi irreale, quella era comunque solo una parte minuscola del paese. Non il paese intero. “Kabul: Tacchi alti e rossetto”, come titolò il Corriere della Sera nel 2001 dopo l’arrivo degli americani, probabilmente per molti è stato più un modo per semplificare che per raccontare davvero. Un titolo che per molti, e molte, è stato percepito quasi come un’offesa.
Camminando oggi per l’Afghanistan la differenza tra un luogo e l’altro è immediata. Ci sono villaggi in cui le donne scappano al mio passaggio, quasi come se la mia presenza alterasse uno spazio già fragile. In altri semplicemente si coprono il volto, senza fermarsi. E poi basta cambiare provincia per trovare l’opposto. Una signora che ti saluta sorridente, delle ragazze che ti riprendono col telefono e ti fanno domande, dopo che i fidanzati hanno fermato il furgone su cui stavano viaggiando. Non c’è mai una versione unica. Tra gli Hazara, nella provincia di Bamyan, le donne spuntano anche nei negozi. E lì è ancora più difficile orientarsi, perché tutto quello che pensavi di aver capito nei giorni precedenti improvvisamente non funziona più. Rimani un attimo sospeso, imbarazzato, senza sapere a chi rivolgere la parola. Come se le regole che avevi interiorizzato, senza accorgertene, fossero valide solo fino alla valle precedente. Poi parli, scambi sorrisi, compri qualcosa, ed esci senza essere del tutto sicuro di aver davvero partecipato a quel momento.
È forse lì che diventa più difficile capire cosa significhi davvero libertà. Perché da occidentale il rischio è immaginare che ogni desiderio umano abbia automaticamente la stessa forma dei nostri. Ma in Afghanistan molte donne possono desiderare cose che ai nostri occhi sembrano contraddittorie: voler studiare e lavorare, ma allo stesso tempo portare il velo con convinzione; credere nei ruoli tradizionali senza sentirli necessariamente come una prigione; vivere la religione non come imposizione esterna ma come parte profonda della propria identità.
Capire questo non significa giustificare le violenze o le restrizioni imposte dal potere talebano. Significa accettare che libertà, dignità e desiderio non sempre parlano la stessa lingua ovunque. E che spesso il confine tra scelta, fede, abitudine e costrizione, da fuori, è molto più difficile da leggere di quanto vorremmo.
Ma proprio questa varietà di comportamenti e possibilità rende ancora più difficile capire dove finisca la tradizione, dove inizi la pressione sociale, e quanto peso abbiano oggi le regole imposte dal nuovo potere. Perché il sistema patriarcale afghano non nasce con il ritorno dei talebani, né si esaurisce con loro. Esiste da molto prima e continua oltre di loro, con intensità diverse. Col ritorno al potere però è stato reso più visibile, più rigido, più ufficiale. Qualcosa che prima era distribuito tra usi, famiglie e villaggi, è diventato legge, istituzione, controllo.
In alcuni villaggi vieni circondato da soli uomini, e delle donne restano solo tracce indirette. Kahmard viene chiamata “la città delle donne”, almeno così mi dice Ten Ha. Ma quando ci arrivi ti chiedi dove siano davvero.
A Mazar-i Sharif invece le strade sono piene. Fanno compere, discutono, contrattano. Una ragazza viene urtata da un ragazzo tra le vie affollate, si gira, gli grida qualcosa e senza troppi complimenti gli sbatte la borsa sulla testa. Lui incassa e se ne va, senza reagire. E in quel gesto improvviso capisci che non esiste una sola immagine della “donna afghana”, così come non esiste un solo modo di stare dentro queste regole.
Nelle zone più rurali tra i due sessi non ci si incrocia nemmeno con lo sguardo. Fissare una donna è qualcosa che non è solo mal visto: è interiorizzato come errore.
Mi è capitato di essere ospite di una famiglia di contadini, nella provincia di Baghlan. Nella sala degli ospiti abbiamo cenato e dormito, sempre sotto lo sguardo di qualcuno. Ogni volta che uscivo per andare a prendere qualcosa o semplicemente in bagno, c’era sempre qualcuno che si metteva nel passaggio verso il cortile, quasi a fare da muro tra me e le donne. Un blocco non solo fisico, ma anche visivo.
Il paradosso è che in casa, di donne, non se ne vedono quasi mai. Le presenze femminili sembrano spostate altrove, in uno spazio che non è accessibile. La separazione degli ambienti, però, specie verso un ospite, non nasce come imposizione violenta ma come insieme di regole vissute sinceramente come rispetto, modestia e protezione.
Per molte domande a cui non trovavo risposta mi sono appoggiato ai racconti di altre viaggiatrici. Una ragazza francese incontrata a Kunduz col fidanzato mi ha raccontato uno dei nodi più difficili da capire: quello del mahram, l’accompagnatore uomo. Una legge non sempre scritta in modo uniforme, ma applicata in modo reale: le donne possono muoversi da sole solo per brevi distanze e in contesto locale, ma per viaggi, uffici pubblici e luoghi istituzionali serve un accompagnatore. Lei mi racconta di essere entrata in un ministero dove nessuno la guardava. Tutte le domande venivano rivolte al suo compagno. Come se lei non fosse lì. E poi in un negozio di sim card è stata fatta entrare in una stanza separata con altre donne, in attesa che gli uomini completassero le pratiche. La sim, alla fine, poteva farla solo lui, anche per lei.
Dal 2021, con il ritorno dei talebani, le restrizioni sull’istruzione femminile sono diventate più sistematiche. Dopo la scuola primaria, per molte ragazze l’accesso allo studio si chiude o diventa molto complesso. Restano le madrase, scuole religiose dove l’educazione è esclusivamente coranica. Il lavoro diventa più difficile, gli impieghi pubblici quasi impossibili, e anche dentro ONG e organizzazioni internazionali tutto si complica. Poi c’è il paradosso più difficile da sciogliere: quello sanitario. In molte interpretazioni conservatrici solo una donna può curare una donna. Ma se le donne non possono formarsi, chi cura chi? In mezzo a questa contraddizione esistono spazi piccoli, fragili, quasi nascosti. Madrase che insegnano altro oltre al Corano, ONG che cercano modi per continuare a formare personale femminile, trattative continue con autorità locali. Regole che si aprono e si chiudono, come se non appartenessero mai a un sistema stabile ma a qualcosa che cambia continuamente forma.
Il mondo afghano è difficile proprio per questo. Perché non è mai uno solo. Le leggi hanno interpretazioni locali, provinciali e familiari. A volte sembra che ogni villaggio abbia una sua versione del possibile. E forse è anche per questo che, da fuori, si fatica così tanto a leggerlo senza sbagliare.
Per un uomo straniero, il mondo femminile resta in parte un territorio di immaginazione, echi ascoltati, frammenti, racconti indiretti. Un tentativo continuo di capire dove finisca quello che vedi e dove inizi quello che non ti è permesso vedere. E alla fine resta una sensazione semplice, difficile da aggirare: sarebbe presuntuoso credere di averlo davvero compreso. Perché le uniche che potrebbero raccontarlo fino in fondo sono loro. Le donne afghane.

 

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