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Lalish, La Valle Dove Gli Yazidi Continuano A Tornare (Iraq)

Tra la sabbia e le vertebre rocciose del nord dell’Iraq scorrono da millenni i fiumi Tigri ed Eufrate. Sulle loro rive sono nate e scomparse civiltà intere. Tra i popoli che abitano ancora questa terra ce n’è uno che da secoli vive in bilico tra sopravvivenza e scomparsa: quello degli Yazidi. Nel 2014 sono stati vittime di un tentativo sistematico di sterminio da parte dello Stato Islamico.
Dodici anni dopo il genocidio perpetrato dall’ISIS, la comunità yazida rimane sospesa in un limbo fatto di campi profughi che si svuotano lentamente, territori contesi e ferite che la diplomazia internazionale non riesce a medicare. Circa 2.700 persone risultano ancora disperse, mentre il ritorno alle loro terre nel distretto di Sinjar resta incerto. Gli aiuti internazionali diminuiscono e il 2026 segna una delle fasi più fragili della storia recente di una delle minoranze più antiche della regione.
Ho incontrato questo popolo per la prima volta nel cuore spirituale della loro fede, nella valle di Lalish.

Il santuario di Lalish
Quando arrivo non capisco subito cosa stia succedendo. Già a due chilometri dal villaggio la strada è piena di auto. Le persone camminano lungo la salita, altre scendono, i clacson si mescolano alle voci. Un gruppo di ragazzini dai capelli biondi mi si affianca mentre pedalo lentamente, salutando e ridendo. Le macchine avanzano a passo d’uomo e la folla occupa ogni spazio.
È il 12 ottobre e scopro di essere arrivato negli ultimi giorni della Cejna Cemayê, la celebrazione più importante del calendario yazida. Per una settimana intera, ogni anno, migliaia di persone raggiungono Lalish per onorare Sheikh Adi ibn Musafir, il mistico sufi che nell’XI secolo giunse dalla Siria e diede forma alla religione yazida.
La loro fede è un mosaico antico, in cui convivono elementi mesopotamici, zoroastriani, cristiani e islamici. Dio affida il governo del mondo a sette Angeli Sacri. Il primo e più importante è Tawusî Melek, l’Angelo Pavone.
È anche la figura che per secoli ha alimentato persecuzioni contro questo popolo. Secondo la loro teologia, Tawusî Melek rifiutò di prostrarsi ad Adamo perché solo Dio merita adorazione. Nelle tradizioni delle altre religioni abramitiche, invece, lo stesso episodio è stato associato alla ribellione di Lucifero. Da qui l’accusa, ripetuta per generazioni, di essere “adoratori del diavolo”.
Un fraintendimento teologico che ha giustificato massacri, conversioni forzate e campagne di sterminio. Nella memoria collettiva yazida si parla di settantaquattro genocidi.
A Lalish lascio le scarpe all’ingresso del santuario. Qui si cammina scalzi. Un ragazzo di nome Serekan, senza parlare una parola di inglese, decide di accompagnarmi tra i templi.
Nel santuario principale mi invitano a compiere una serie di rituali: sciogliere il nodo di una corda, riannodarlo e baciarlo; girare tre volte attorno a una grande roccia; attraversare una sala quasi completamente buia nella pancia della montagna.
Dentro non ci sono finestre e la corrente elettrica salta di continuo. Le persone pregano in silenzio, avvolte dall’odore delle candele.
All’uscita mi chiedono di lanciare uno straccio bagnato verso un gradino di roccia che sporge dalla parete. Chiudo gli occhi, lancio. Rimane appeso al primo colpo. Intorno a me scoppiano applausi.
Fuori incontro Haji, un uomo sulla cinquantina arruolato nei Peshmerga. Mi invita nella tenda della sua famiglia per bere un tè. Come molte altre famiglie, sono accampati qui da giorni per partecipare alle celebrazioni. Poco dopo mi ritrovo a cena con lui e i suoi amici: un poliziotto curdo, uno della polizia irachena, un soldato dell’esercito federale e diversi Peshmerga. Per molti Yazidi rimasti in Iraq arruolarsi nelle forze di sicurezza è una delle poche possibilità per ottenere uno stipendio stabile. È una scelta che porta con sé una contraddizione dolorosa. Nel 2014, quando lo Stato Islamico avanzava verso Sinjar, proprio le forze peshmerga incaricate di difendere l’area si ritirarono improvvisamente, lasciando la popolazione indifesa. Eppure per molti giovani yazidi l’esercito rimane ancora oggi una delle poche vie di sopravvivenza.
La sera, nel cortile del tempio principale, centinaia di persone aspettano l’inizio delle cerimonie. Le porte si chiudono e il suono di un flauto attraversa il silenzio. Fare fotografie è severamente vietato: le guardie controllano la folla mentre le persone si arrampicano su scale e tetti per assistere al rituale.
Quando la musica si scioglie, la folla si riversa verso il Sanjaq, lo stendardo sacro su cui bruciano piccole fiamme. I fedeli passano le mani sopra il fuoco e poi se le portano al volto.
Poco dopo la cerimonia diventa festa. Tamburi, danze, canti.
In poche ore stringo forse duecento mani.

Il sabato nero
Mentre la festa riempie Lalish di musica e pellegrini, è impossibile ignorare l’ombra che ancora incombe su questo popolo. Più tardi dormo su un prato fuori dal villaggio insieme a tre ragazzi: Zydan, Jovan e Saadi. La fiamma di un pozzo petrolifero illumina il campo improvvisato dove abbiamo montato le tende. È lì che Zydan mi racconta la sua storia.
Quando i miliziani dello Stato Islamico attaccarono Sinjar, nel giorno che gli Yazidi ricordano come il “sabato nero”, lui era nel suo villaggio. Gli uomini vennero giustiziati sul posto, le donne anziane uccise poco dopo, quelle più giovani rapite e trasformate in schiave sessuali. I bambini vennero separati dalle famiglie.
«Sono stato sulla montagna per sette giorni», mi dice. «Senza cibo e senza acqua».
Solo quando i combattenti del PKK aprirono un corridoio verso la Siria riuscì a scappare.
Nei primi giorni dell’offensiva oltre diecimila persone furono uccise o rapite e quasi quattrocentomila costrette a fuggire. Più di ottanta fosse comuni sono state scoperte negli anni successivi.
La tragedia ha trovato una voce internazionale in Nadia Murad, sopravvissuta alla schiavitù sessuale e diventata una delle principali testimoni del genocidio. Nel 2018 le è stato conferito il Premio Nobel per la Pace.
Ma la giustizia rimane incompleta.

La caccia ai dispersi
Dodici anni dopo, il genocidio non è davvero finito. Migliaia di persone risultano ancora disperse. Nel campo profughi di Sharia, vicino alla città di Duhok, incontro l’ONG KINYAT. Nel 2025 qui vivono ancora più di dodicimila Yazidi.
Le pareti dell’ufficio sono coperte di fotografie: donne, bambini, adolescenti. Alcuni sono stati ritrovati, altri risultano ancora dispersi. Dal 2016 l’organizzazione si infiltra sotto copertura nelle reti di traffico umano legate all’ISIS per rintracciare i prigionieri e negoziare riscatti. In nove anni sono riusciti a liberare cinquantasei persone. Ma circa 2.700 risultano ancora scomparse. Molti erano bambini di uno o due anni quando furono rapiti. Oggi sono adolescenti cresciuti in famiglie jihadiste, spesso senza alcuna memoria della loro origine yazida.
Tra le fotografie noto anche madri insieme ai loro figli. Sono i bambini nati dalle violenze subite durante la prigionia. Per loro la vita rimane sospesa in un limbo. La dottrina yazida richiede che entrambi i genitori siano yazidi perché un bambino possa appartenere alla comunità. Secondo la legge irachena, invece, sono registrati automaticamente come musulmani. Molte donne si trovano davanti a una scelta impossibile: abbandonare i figli oppure vivere ai margini della loro stessa comunità.

Il ritorno impossibile
Oggi la popolazione yazida nel mondo è stimata tra le ottocentomila e il milione di persone. Una grande diaspora vive in Europa, soprattutto in Germania, ma il cuore della comunità rimane in Iraq.
A Lalish incontro anche Helin. Ha ventuno anni e viene da Sinjar. Il giorno dell’attacco dell’ISIS ne aveva dieci.
«Vorrei venire in Europa e studiare», mi dice. «Studiare tantissimo. Noi yazidi non valiamo niente per nessuno. Non abbiamo diritti, è una vita triste».
Poi rimane in silenzio e mi chiede soltanto: «Vieni a Sinjar?».
L’ultima sera a Lalish il villaggio si svuota lentamente. Le famiglie smontano le tende e salutano i templi prima di partire. Nel cielo scuro la fiamma del pozzo petrolifero continua a bruciare sopra la valle.
Sto per uscire dal santuario quando una bambina corre verso di me. Mi riempie la mano di semi di girasole e scappa via ridendo.
Rimango fermo con quei semi nel palmo mentre la valle si svuota e le ultime famiglie lasciano Lalish.
In questa terra gli Yazidi hanno contato settantaquattro genocidi. L’ultimo è ancora aperto.
Eppure ogni anno tornano qui, nella valle di Lalish, scalzi tra le pietre dei templi, a riaccendere le stesse fiamme e a ripetere gli stessi rituali.
Forse la loro storia sta tutta in questo: continuare a tornare.

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