Il Viaggio Personale

Mese 8 – La Tana e Il Ronzio

(28.11.25 – 27.12.25)

“Ho una destinazione, ma è un luogo che non ha coordinate.”

I chilometri scivolano sotto di noi, per ore, ore e ore. Per giorni, che a volte si ripetono e passano silenziosi, quasi non volessero disturbare. Per settimane, di cui perdiamo presto il conto. Per mesi, che sembrano eterni ma che all’improvviso ci fanno trovare la tenda congelata, quando le ustioni causate dal sole sulla pelle non sono ancora guarite. Quanto sarebbe il numero dei minuti che passiamo senza parlare, mai, se si potessero contare? Quanto il tempo senza guardare negli occhi, senza sentire il respiro di qualcuno con cui abbiamo intimità?
Il rumore della catena, le auto che ci passano di fianco, la musica. Tutto si ripete talmente tanto che a volte finisce per diventare un unico suono indefinito, coperto dalla nostra voce, che inizia a parlare, parlare, parlare. Senza aprire mai bocca. Una-due ore per smontare la tenda, una-due ore per rimontare, cucinare, preparare il letto. Silenzio che parla. Il rumore dei pedali, il clic del cambio, il soffio dei freni. Un clacson, che un tempo ci riportava immediatamente nel mondo, ma che oggi è sempre meno efficace. Il braccio si alza automatico, saluta, è ormai un riflesso condizionato. Ci troviamo, incrocio dopo incrocio, a chiederci quanto continueremo ad andare diritti per questa strada, da soli. Nella prossima città può sempre succedere qualsiasi cosa, così come dietro ogni curva. Succede di continuo e non succede mai. Può anche il continuo ripetersi della diversità diventare una forma di routine? Forse questa vita è un po’ come lavorare a un dipinto focalizzandosi su una grande ricchezza di dettagli, lavorando con estrema attenzione punto per punto, giorno per giorno, guardando molto da vicino. Ci sembra che stiano cambiando poche cose, quelle a noi vicine e che riconosciamo. All’improvviso però squilla il telefono, dobbiamo andare in bagno, abbiamo fame: ci fermiamo un attimo. Succede allora che ci allontaniamo e di colpo ci rendiamo conto che i dettagli sono milioni e che quel quadro è già diventato gigantesco.
Si riprende. La tenda, la strada, il pranzo, il tramonto, le ore a far aspettare il sonno nel buio. I pensieri riempiono la testa come le stelle riempiono il cielo nel deserto. Più ci spingiamo in profondità, più stelle appaiono. E più abituiamo la vista alle tenebre, più dettagli riusciamo a distinguere.
Mi capita di sorprendermi quando alcune persone che incontro riescono a parlare per ore. Il mio livello di attenzione crolla dopo non molto, il cervello torna nello spazio. Mi chiedo se siano loro a essere logorroiche o io che non sono più capace di conversare per più di un tanto. È paradossale che prima di partire temevo di non incontrare abbastanza persone, e ora, dopo nemmeno dieci mesi, mi capita spesso di voler stare completamente da solo anche quando sono in compagnia.
L’unica certezza è che non ci sono certezze. Che il piano che abbiamo per la prossima settimana non andrà in porto, che quello che siamo, e che crediamo di essere, non è già più nel momento stesso in cui lo riconosciamo. Che appena ci sentiamo forti siamo pronti a inciampare sul mattoncino che noi stessi abbiamo messo, che quando temiamo di affogare abbiamo in realtà solo una gran sete.
Tra viaggiatori di lunga data sembra di essere tutti parenti. Cugini lontani, che non hai mai visto ma che sai di avere. Ci annusiamo, ci avviciniamo, ci giriamo intorno. A volte rimaniamo cugini, altre diventiamo fratelli, altre ancora ci innamoriamo. Condividiamo lo stesso fardello che è allo stesso tempo il motore della nostra felicità. Subiamo l’eternità, il non sapere mai se sia davvero il momento giusto, il tempo di stare o di andare, l’ora di unirsi o di salutarsi. Chissà se in due, o in tre, la vita è più semplice. Siamo tutti della stessa famiglia, ma siamo così profondamente diversi, già dal secondo strato di pelle. Non è vero, già dal primo. Tutti con una missione personale così forte che mi chiedo: potremo mai funzionare insieme? Più di un’ora? Più di una settimana? Più di un mese? Per la vita?
Di certo, da soli, sappiamo se nascosto sotto i pantaloni il ginocchio sanguina dopo una caduta, quanto dolore e quanta gioia ci siano. Ma forse ogni tanto ci perdiamo dietro un ramo colmo di foglie secche, e una mano che lo scuota ci lascerebbe vedere una via con meno buche.

Non lo so. Potremo mai?
Ma infine, poi, importa?

________

Da quant’è che non prendevo una sbronza del genere?
Tbilisi è in parte conosciuta per essere una piccola Berlino. Un mondo alternativo e spesso dipinto di nero si muove nella notte, ondeggia e suda su ritmi techno, perde l’ora nelle albe e nei pomeriggi successivi. A volte sogna di non dover riemergere mai. Il punto di riferimento è il Bassiani, un club che negli anni è diventato simbolo non solo della corrente underground e della musica elettronica in Georgia, ma anche della ribellione politica delle nuove generazioni. Uno spazio in cui i movimenti LGBTQ+ trovano voce e riparo, in un contesto nazionale profondamente conservatore. E mentre il club accoglie chi cerca libertà, fuori, nelle strade di Tbilisi, cresce la rabbia di chi da mesi protesta contro il governo.
Per capire cosa sta succedendo in Georgia bisogna tornare indietro di qualche mese. Nell’autunno del 2024 il governo ha annunciato che avrebbe sospeso fino al 2028 il percorso per entrare nell’Unione Europea. Una decisione arrivata dopo mesi di tensioni, una legge che metteva sotto pressione le organizzazioni finanziate dall’estero e delle elezioni contestate dall’opposizione. Per molti georgiani non è soltanto una questione diplomatica, ma la sensazione di vedersi sottrarre un futuro che il paese insegue da anni.
La sera del 28 novembre 2024, migliaia di persone si sono riversate davanti al Parlamento. In risposta sono arrivati gas lacrimogeni, idranti e arresti. Per giorni, per settimane, la città ha continuato a tornare in strada. I fuochi d’artificio sono esplosi contro le linee della polizia, le bandiere europee si sono mescolate a quelle georgiane, e viale Rustaveli è diventato il palcoscenico di uno scontro che va ben oltre la politica.
Un anno dopo, il governo non ha cambiato rotta, nonostante le proteste. La repressione è continuata, le leggi si sono fatte più restrittive, gli arresti sono proseguiti. Camminando per viale Rustaveli si notano ancora le tende montate davanti al parlamento, qualche giornalista continua a riprendere e a raccontare lo scorrere delle giornate. Le proteste non sono finite, ma quando le strade si riempiono, io cambio strada. Al momento non è idea saggia vivere una situazione del genere solo per “dare un’occhiata”.

Birre in un bar, shots davanti a un concerto, cocktail in una discoteca. Nella mia prima serata dopo tanti mesi, non arrivo però al Bassiani. Quando la serata prende fuoco, o meglio, la mattinata, ovvero quando il locale si riempie, il mio budget non può affrontare i 40 euro di ingresso. Alle 8 del mattino mi tocca battere ritirata controvoglia, non ancora sazio dello stordimento e delle infinite chiacchiere senza memoria, costringendomi ad affrontare all’entrata dell’ostello chi ha appena inaugurato la giornata, carico di conversazioni decisamente più squillanti delle mie.
Tbilisi rimane per me, fino a questo momento, una città della notte. Di giorno esco quasi solo per fare ricerca di vestiti per affrontare meglio l’inverno, quando cala la luce esco dalla tana, alla ricerca di spazi sociali, musica e nuovi volti. A costringermi a fare i bagagli prima del tempo desiderato è però il portafoglio, che nella propria lista delle possibilità non riporta la parola “svago tra locali”.

Tra le persone rinchiuse durante le proteste dell’ultimo anno ci sono anche due dei principali gestori del centro culturale di Zugdidi, una cittadina nell’ovest, con cui avevo da tempo un accordo per passare alcune settimane con loro come volontario. Un’email colma di frustrazione mi annuncia che non sarà più possibile ricevermi e mi fa l’in bocca al lupo per trovare una nuova via. Una sorpresa non da poco, considerando che era il mio piano per superare l’inverno e non vagare tra strade innevate.
Decido allora di mettermi in marcia verso ovest, di nuovo sul ring a scambiare colpi col vento e schivare cani, che mi rincorrono a decine quasi ogni giorno. Attraverso miti villaggi adornati dai classici tubi dell’acqua calda che l’Unione Sovietica montava esternamente, ponti crollati, zone industriali abbandonate, edifici fatiscenti, finché giungo a Kutaisi, la terza città della Georgia per popolazione, dopo Tbilisi e Batumi. Un tempo capitale del regno di Colchide, la terra del mito del vello d’oro, oggi una cittadina più decadente e in stile sovietico, porta per le grandi montagne dell’ovest. La visita è breve, giusto il tempo di radunare le forze e spingermi poi verso Martvili, un villaggio poco più a ovest dove nutro l’ultima speranza di trovare un tetto gratuito per l’inverno.
Al Karma hostel, però, vengo rimbalzato come volontario. L’inverno porta poca gente, e sono già volontari tutti quelli che ci sono al momento. Posso restare solo come ospite.
La novità mi colpisce con una certa leggerezza. Niente letto in cambio di qualche turno di lavoro, ma in compenso la libertà di scorrazzare, di gestire ogni giorno le voglie e le direzioni. Pioggia, neve e gelo permettendo. Il cielo per una settimana intera dice pioggia, e così mi lascio sciogliere sul divano, passando ore a scrivere chiuso nel silenzio, per poi cullarmi la sera nei ritmi di una vita comunitaria e casalinga. Giochi di società, un film dopo l’altro, qualche escursione al mercato e poi di nuovo nella tana, a contendersi i centimetri di spazio più comodo coi cani e i gatti.
Il Karma Hostel è una piccola gemma comunitaria semi sperduta tra le campagne georgiane, appena ai piedi delle grandi montagne, piuttosto conosciuto tra i viaggiatori di lunga data. D’estate la “famiglia”, tra residenti, volontari e ospiti, raggiunge facilmente le quaranta persone. D’inverno si trasforma in un più piccolo ovile, dove il tempo scorre avvolto dalla nebbia, illuminato però da una luce calda. Al mio arrivo ci sono tre residenti: Vitalina, una ragazza bielorussa molto diretta e a prima pelle poco socievole, che è lì da più di un anno, e che non si fa problemi a confessare che della vita comunitaria non ne può più. Lucas, il suo compagno, tedesco. Undici piercing, un look estremamente punk, un animo ugualmente tranquillo, gentile e accogliente. David, polacco, passa le giornate a letto vittima di depressione, per far esplodere la propria creatività in cucina, dove prepara ogni volta montagne di cose deliziose, lasciando respirare anche agli altri il lato dolce del suo carattere. E poi i volontari: ritrovo Jenny, la ciclista dell’Irlanda del Nord con cui avevo condiviso l’ostello a Tbilisi. Un turbine di pensieri e dubbi, luci che si mischiano a ombre, piani che cambiano di continuo, un fisico vichingo che esprime un’immensa voglia di libertà e di ribellione. “Io ho una destinazione che non ha coordinate. Non è un luogo fisico”. E così appena scopre che il posto da volontaria non ci sarà più nemmeno per lei, decide di legare la bici e passare l’inverno in Turchia. Anzi, in Bulgaria. Che poi, alla fine, diventa Bosnia. Tanto sta andando in Cina, o forse da nessuna parte, e qualsiasi fosse il nome del paese e la sua posizione geografica poco conterebbe: si fa quel che ci si sente di fare oggi.
Hector e Leti. Lui spagnolo, lei ungherese, si sono conosciuti qui ormai tempo addietro, e da quel momento hanno cominciato a viaggiare insieme in bicicletta. La mappa li ha riportati qui, ma sono in partenza per tornare in Europa, sognando un futuro insieme, forse in Spagna, forse dove non si sa. Kyle invece arriva dal Sud Africa, ed è la prima volta che lascia il proprio paese in più di trent’anni. Per dieci anni è rimasto intrappolato nella dipendenza da eroina e metanfetamine. Non ha un soldo, ma ha deciso che è l’ora di far vincere il coraggio di esplorare nuove direzioni. Gli occhi azzurri avvolti dai rasta, la pelle del viso segnata dagli abusi, l’energia di qualcuno che sta riscoprendo la vita e non vede l’ora di ridere, di conoscere e di lasciarsi andare verso qualcosa che per anni ha ignorato. Con sé ha l’inseparabile skate e poco più, preferisce dormire nella casetta sull’albero avvolta dall’inverno, piuttosto che stare nel grande dormitorio con tutti. Infine Jonathan, lunghi capelli neri e volto da indigeno andino, che col compagno Benji, un cane di media-piccola taglia ormai anzianotto, ha lasciato l’Ecuador ormai tre anni fa, e sta viaggiando il mondo con il sogno di tornare fino a casa. Il suo obiettivo è passare nella maniera più intensa possibile gli ultimi anni di vita del suo amato amico, con la promessa che lo farà tornare a casa, a Ibarra, prima della fine. Conta di impiegarci altri quattro anni.
La regina della casa, l’unica che ci vive per sempre, è però Madonna. Una vecchia cagnolona che spia le vicende di casa, gelosa del suo divano, con un occhio attento che esce dalla coperta che qualcuno le mette sempre sopra. Sbuffa per attirare attenzioni, e rende la vita difficile a ogni altro animale che si presenta alla porta. Se qualcuno però dovesse avere la necessità di dormire abbracciati, lei è disponibile.

Sette giorni dopo il mio arrivo il sole apre una finestra, decido così di partire per esplorare le montagne, promettendo, più che altro a me stesso, di tornare non più tardi di una settimana. Il Natale e il capodanno non voglio passarli da solo.
La Georgia, fin dai primi chilometri, mi aveva mostrato un volto diverso da quello della vicina Turchia musulmana. Una differenza che si rinnova ogni giorno, anche nelle cose più semplici. Allegre famiglie di maiali si rotolano libere nei fossi e ti guardano curiose dal bordo della strada. Gli abitanti, invece, non perdono occasione per fermarti e offrirti il vino o la chacha (grappa) fatta in casa, salutandoti con sorrisi paonazzi.
Mestia è nel cuore dello Svaneti, una regione montuosa incastrata fra alcune delle cime più alte del Caucaso. Per secoli, queste valli sono rimaste isolate dal resto del mondo, protette da montagne che in inverno diventavano muri invalicabili. Raggiungerla a dicembre è davvero una sfida.
Superata la prima giornata tra le colline, comincio ad addentrarmi nella valle di alta montagna. Dopo il primo passo le pareti intorno a me si fanno man mano sempre più strette, facendo cadere il mondo intero in un blu tagliente. La strada coperta di neve, i rami di ghiaccio, il fiato che si mischia alla nebbia. Il pranzo lo passo in un angolo tremando, incapace di riposarmi. La mente vacilla e a Khaishi, l’ultimo villaggio prima della grande salita, la scritta “hotel” scatena i più comodi dei pensieri. “Dormo qui e domani faccio autostop?”. Ma non mollo. Mancano 70km, è quasi buio. Faccio una piccola spesa e vengo immediatamente avvolto da un branco di cani mendicanti. Sotto sguardi imploranti e presto rassegnati ricomincio a salire finché la luce mi obbliga a fermarmi. Sistemo la tenda vicino a una ruspa, nell’unico punto in cui la strada non cade a strapiombo verso il fiume. Cucino qualcosa di caldo e mi preparo alla battaglia. Fa troppo freddo per fare qualsiasi cosa. Leggere, scrivere, guardare il telefono, che tra l’altro nemmeno si carica talmente è congelato. L’unica cosa che mi rimane da fare è mettere un po’ di musica e fissare il tetto buio della tenda per le ore che mi separano dal sonno.
La temperatura scende a meno undici, tutto intorno a me ghiaccia. Così, quando mi sveglio, la parte più difficile è spostare le cose che ho lasciato fuori, che nella notte si sono rigidamente attaccate al terreno. Piegare la tenda è un’ennesima impresa, anch’essa è coperta da uno strato di ghiaccio duro a morire. Spingo. È quasi solo salita e so che non posso praticamente permettermi pause. Il pranzo viene suddiviso in decine di brevissimi stop conditi da grossi biscotti fatti in casa, che una nonnina mi ha dato lungo la strada, non avendo monete per il resto.
Schivo le rocce cadute dalle pareti, che scavano bozzi e avvallamenti nell’asfalto, rendendone la superficie ruvida e butterata come la pelle di un viso segnato dall’acne. Mi rifiuto spesso di pensare a cos’altro possa cadere da quei muri. Con mia sorpresa supero le parti di strada coperte dall’inverno con discreta agilità, fino a quando il sole sparisce dietro le cime innevate, facendo vibrare l’azzurro delle cascate immobili. Mancano 18km e la temperatura è già diversi gradi sotto zero. Cerco l’equilibrio sull’ennesimo tratto innevato quando a bordo strada dei ragazzi mi invitano a fermarmi per un attimo con loro. Il pit-stop dura poco più di cinque minuti, giusto il tempo per farmi tracannare due bicchieri pieni di vodka e un succo. “Un brindisi a un uomo con un cuore coraggioso! Così potrai dire che gli abitanti di Svaneti hanno il cuore gentile! Butta giù che ti devi scaldare!”.
Appena pochi minuti prima avevo bevuto un energy drink, e così la miscela da nightclub mi lancia per il tratto finale cantando canzoni alle torri medievali, agli enormi cani e alle mucche semicongelate che mi guardano con occhi spalancati, e che mi accompagnano fino a uno dei letti più desiderati della mia intera vita. Riscaldamento.
Gli svan, la popolazione locale, hanno costruito torri di pietra alte diversi piani, con feritoie strette e mura massicce, rifugi e fortezze familiari contro le incursioni e le faide che attraversavano le valli. Ancora oggi spuntano fra le case, scure e ostinate, come se nessuno avesse mai avvertito queste montagne che il Medioevo è finito. Io le guardo dalla mia finestra riscaldata, ancora fumante dalla doccia bollente. La strada è un deserto, dove i soliti cani randagi sono gli unici ad avventurarsi nei quattordici gradi sotto zero. Li vedo litigare, forse un semplice pretesto per muoversi un po’ e trovare un po’ di torpore.
A Mestia posso concedermi due notti. Un solo giorno per riposare e guardarmi un po’ intorno. Il meteo prevede forti nevicate nei giorni successivi, e io devo uscire dalla valle prima che sia troppo tardi. Mi avventuro tra le nevi seguendo la pista che porta all’inizio di alcuni sentieri, sui quali normalmente si raggiunge il ghiacciaio di Chaladi senza troppe difficoltà. Dopo qualche timido tentativo alzo bandiera bianca e mi limito a godermi il sole e il paesaggio, sorpreso poco dopo da due turisti indiani che mi si avvicinano. Vogliono andare al ghiacciaio e sono piuttosto decisi. Lui indossa scarpe da tennis, lei delle scarpette di pelle con il tacchetto e la punta. Il sentiero sale ripido attraverso il bosco, ed è tutto sassi, neve e ghiaccio. “Sai per caso se c’è un’altra strada per salire al ghiacciaio?” “Si guarda, la dietro il pino c’è l’ascensore”.

La strada che attraversa il centro di Mestia è un unico lastrone di ghiaccio, e così, alla partenza, inauguro il primo volo del viaggio. La mente è settata su “correre”: la neve è in arrivo e io sogno di trascorrere la notte il più in basso possibile. Inoltre una domanda continua a ripetersi: “Quanto può reggere il casco? Quanto può essere grossa una pietra perché riesca a salvarmi?”.

E allora corro. Di nuovo nel silenzio, attraverso i pensieri e l’asfalto. La valle, come all’andata, è desertica. Qualche rara macchina mi passa di fianco noncurante. Con mia sorpresa, nei luoghi più isolati e inaspettati, l’unica compagnia che incontro sono delle cucciolate di cani, che non avevo visto all’andata. Una mamma e svariati piccoli, che non vedono l’ora di trovare un po’ di conforto in due coccole e un pezzo di pane secco. Ma cosa ci fanno lì? Mi seguono amichevoli, corrono con me finché hanno fiato.
Mi rendo conto che sono sei giorni che ho lasciato il Karma Hostel, e che per tutto quel tempo l’unica conversazione che ho avuto è stata con i ragazzi che mi hanno offerto la vodka. Cinque minuti. Del resto solo scambi di qualche secondo. Mi rendo anche conto che parlo sempre e sempre di più con gli animali. Veri e propri discorsi, ormai, dove posso inventare risposte e considerazioni. Succede talmente tanto che ormai nemmeno me ne accorgo. Il punto vero, però, è che la mia testa parla, parla, parla. Non sta mai zitta un attimo. Macina pensieri tutto il giorno. Li prende, li elabora, li gira e li rigira. Mi rendo allora conto che mi mancano tremendamente dei momenti di leggerezza in cui si possa staccare il cervello, ridere e non pensare. Penso che al Karma Hostel sarebbe bello conoscere una ragazza carina.

Al Karma Hostel, oltre a pagarmi un letto, posso decidere se mangiare. Colazione, pranzo, cena, ogni cosa però ha il suo prezzo. Il più delle volte, visto il mio budget ridotto, cucino per me stesso, concedendomi solo il giorno di Natale come giornata di cibo pagato. Il 24 sera decido di rinunciare, commettendo un grande errore. Jonathan cucina ecuadoriano, con un sacco di pietanze che sembrano deliziose. Tutti mangiano insieme. Io rimango a guardare, coi cani, dal divano. A quel punto, ormai, se volessi mangiare dovrei cucinare, ma qualsiasi cosa facessi sarebbe peggiore, vista la totale assenza di voglia e motivazione che mi spinge ad andare nella cucinetta degli ospiti. Oltretutto mi aggiungerei alla tavolata quando ormai tutti hanno finito. Decido che è più dignitoso un digiuno che una cena di merda.
Quando i residenti fanno la conta delle persone si scordano sempre di contarmi come ospite. Allo stesso tempo non sono nemmeno un volontario. Dal divano guardo i miei compagni scodinzolare. Forse sono diventato uno di loro.
Il giorno dopo però mi rifaccio. Già dalla mattina mi metto ai fornelli, affiancando David nella preparazione del pranzo a colpi di mattarello, tanto deciso a chiudere ravioli polacchi quanto a mangiarne fino a scoppiare.
La cucina è ampia, e spesso ci si dà una mano nei preparativi. Il mio desiderio tra le montagne è stato esaudito. La ragazza carina è arrivata, si chiama Elisa, e viene da El Salvador. Peccato che a prenderci una cotta siamo in più d’uno, e peccato, o forse per fortuna, che in qualche paese più lontano nell’ovest ha già un fidanzato. La buccia emotiva fino a quel momento aveva retto benissimo in me, ma essere circondato da coppie in amore, in un inverno di pioggia lontano da casa, comincia a creare qualche crepa. Nel frattempo anche Kyle ha trovato il suo nido, con Rosali, una ragazza olandese arrivata da poco. Per lui sono felicissimo, ma non riesco a fare lo sforzo per pensare la stessa cosa andando oltre, con qualcun altro, con chi muove qualcosa anche dentro di me. E allora cucinare diventa una sorta di danza del flirt, dove tutti giocano con lealtà e allegria, ma allo stesso tempo con dubbi e paure. Fortunatamente non può vincere nessuno, e la cosa è bella anche così, soprattutto perché a qualcuno sarebbe toccato “perdere”, e nessuno ne avrebbe avuto bisogno.
Il Natale, intanto, era cominciato con dolcezza già al risveglio: Kyle aveva lasciato a ognuno di noi un sacchetto di cioccolatini accanto al cuscino.

 

 

 

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Le Immagini

1 – Sulla via per Mestia, Georgia

2 – Tbilisi, Georgia

3 – Martvili, Georgia

4 – Tbilisi, Georgia

5 – Tbilisi, Georgia

6 – Gori, Georgia

7 – Jvari, Georgia

8 – Karma Hostel, Martvili, Georgia

9 – Karma Hostel, Martvili, Georgia

10 – Karma Hostel, Martvili, Georgia

11 – Sulla via per Mestia, Georgia

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