Il Viaggio Personale

Mese 4 – Oltre Le Porte

Leggere e studiare sono mezzi favolosi, opportunità preziose, spesso essenziali per allargare i nostri orizzonti. Ma hanno un limite. Le emozioni che ci trasmettono sono filtrate, di seconda mano. I sensi, i veri registratori della vita, non provano nulla di ciò che scorre sotto i nostri occhi. La vista assorbe lettere, immagini, video. Ma non sentiamo la paura, non percepiamo gli odori, non ci assorda il rumore. Non avvertiamo le emozioni delle persone che vivono quel luogo. L’empatia si ferma ai confini dell’immaginazione, o al racconto di un altro. Non sentiamo la fatica, il freddo, e… il caldo.
Per quanto qualcuno possa avvertirti, la percezione rimane astratta. Poi, quando arriva l’esperienza, la musica cambia completamente.

Sull’estate turca ero stato messo in guardia più volte. Sapevo che, nonostante avessi studiato i climi di ogni regione e cercato di costruire un itinerario per godermi ogni luogo al massimo, avrei dovuto subire alcune fasi di sofferenza.
Alla fine di luglio, mi trovo così costretto ad ammettere a me stesso che anche la mia resistenza al calore ha un limite. Pedalare di giorno è una follia.
Devono cominciare allora le sveglie alle cinque del mattino, le pedalate all’alba.
Giungo al villaggio di Dalyan e mi fermo in un campeggio a pochi chilometri dal centro. All’inizio, tra gli ospiti, ci sono solo io, oltre agli immancabili gatti. Una femmina incinta si aggira insieme a quello che sembra essere il suo compagno, un esemplare molto bello e fiero. Proprio lui, mentre monto la tenda, si ferma davanti a una roulotte con un sacco di oggetti lasciati in giro. Con grande tranquillità si gira e spruzza su tutto, marchiando con l’urina il suo territorio. L’avvertimento è chiaro.

“Vuoi dell’uva?”
“Ah, grazie! La prendo, ma la mangio domattina. Sono stanchissimo.”

L’inglese, qui, ha lo stesso effetto di un ventilatore su una barca a vela. I “no” sono suoni privi di significato, perché tanto, alla fine, dovrai accettare lo stesso.
A denti lavati e palpebre semi-chiuse, già pronto a rinchiudermi in tenda, mi ritrovo invece seduto a un tavolo, a mangiare di tutto e di più, per quasi due ore. Dei nuovi vicini, arrivati in serata, mi hanno adottato.

“Emiliano!! Breakfast!!”

Così comincia anche la giornata successiva. Una famiglia della vicina Kuşadasi mi ha aperto le porte e mi trascina fuori dal sonno. L’unica che parla un po’ d’inglese è la bambina di dieci anni; il fratello maggiore la affianca con qualche parola. Gli altri mi sorridono e usano la piccola come traduttrice.
Uova in padella, olive, formaggio, pomodori, cetrioli, peperoni, pesche sciroppate, crema di cioccolata, patatine fritte, pane, anguria, tè e caffè: la colazione è regale. E per fortuna che siamo in campeggio.
Dalyan ospita alcune meravigliose rovine greche, come ce ne sono a decine in Turchia. Tra queste spiccano delle tombe costruite in una parete rocciosa. Anche paesaggisticamente la zona è sublime: il delta del fiume omonimo si insinua nel mare come un quadro impressionista. L’acqua si mescola a piante, isolette e secche, creando piccoli laghi, e raggiunge l’Egeo solo dopo aver aggirato una grande mezzaluna di sabbia.
Le montagne intorno sono spesso recintate dal filo spinato, ma superandolo si scoprono luoghi con viste mozzafiato.
Il mio stato fisico non è dei migliori, forse dovrei riposare, ma dopo un paio di giorni decido comunque di proseguire. La sera prima di partire mi metto a letto presto e leggo un po’ prima di dormire. Fa molto caldo, così apro uno dei lati della tenda per far circolare l’aria, cosa che avevo evitato di fare fino a quel momento. Perso nella storia, mi isolo dal mondo, in cui non succede nulla, se non il solito scorrere del silenzio. All’improvviso uno scroscio, e subito dopo qualcosa mi bagna il braccio passando attraverso la zanzariera. Salto fuori urlando e lo vedo lì: è venuto a marchiare il territorio. Esco schifato e rimango a pensare per un istante. Se rispondo dichiaro guerra, ed è una guerra che perderò. Se non rispondo… ma non posso lasciarlo andare così, come se niente fosse. Prendo una borraccia, la apro e la svuoto verso l’aggressore. Il felino scappa per qualche metro, poi si ferma a fissarmi. È guerra.
La mattina dopo preparo tutto, carico la bici e vado ad approfittare del bagno un’ultima volta. Ho lasciato per terra un paio di cose, incluso il casco. Mi lavo i denti e torno, pronto a partire. Saranno passati due minuti. Sistemo le ultime cose, metto il copricapo e… qualcosa gocciola sul naso. Annuso: piscio di gatto. Lui, seduto su un tavolino, si lecca le zampe, fingendo di non guardarmi. In silenzio, gode. Ha vinto. Ovviamente.
Il solito cielo azzurro oggi ha una novità: dopo quattro settimane, per la prima volta, vedo delle nuvole. Piccolissime, ma pur sempre nuvole.
Il mio corpo, però, fa molta fatica. Solo un signore che mi ferma per regalarmi dei fichi lungo la strada riesce a ridarmi un po’ di buon umore. Ha un sacco di cose da dirmi e un sorriso sincero, nonostante un solo dente. Non capisco nulla, ma se ne va ciondolando, felice.
Quando le gambe non rispondono, la mente fruga tra le borse: cosa diavolo pesa così tanto? Ripenso alla vita a Bologna, alla comodità, all’impressione di avere sempre bisogno di qualcos’altro: un oggetto tecnologico, un utensile da cucina, quadri, una lampada dalla luce più piacevole. Le cose si accumulano, sempre di più.
In questo tipo di viaggio, forse, si cerca comunque una forma di comodità, ma con parametri molto più bassi. Il processo spesso è l’opposto: invece di accumulare, si cerca di capire cosa sia essenziale e cosa si possa lasciare ad altri lungo il cammino. Un bel lavoro di pulizia interiore, ancor prima che di oggetti veri e propri.
Il termometro non vuole saperne di ammorbidirsi. Di notte dormo su un materassino bucato, grondando sudore. La pancia ribaltata, che dai giorni precedenti è arrivata a farmi pagare il conto, mi costringe a fermarmi un paio di giorni nella città di Fethiye. Poi, con fatica, riesco a rimettermi in marcia seguendo la costa, per arrivare infine a Olimpos, l’ultima vera tappa di mare prima di infilarmi nell’interno della Turchia. Un villaggio costruito attorno alle rovine di un’antica città greca, infilato in una stretta gola che sfocia sul mare. Per me, l’occasione per un’ultima scorpacciata di musica e birra prima di immergermi nel Medio Oriente.
Qui conosco Can, che si presenta come marketing manager a Istanbul, ma che in seguito, a bassa voce, mi rivela di essere un poliziotto. Non vuole che la gente lo sappia, perché spesso, quando lo scoprono, cambiano sguardo. Molti hanno paura della polizia, convinti che sia di destra e che appoggi tutto ciò che fa il governo.
Can, invece, mi dice di non appoggiare né il governo né il partito. Per lui il lavoro è una sofferenza. Mi racconta di ricevere spesso telefonate da politici che gli dicono di non indagare su certe cose, di lasciarne correre altre. Lui è contrario, ma deve obbedire. Lavora nell’est del paese, in zone abitate prevalentemente da curdi, molto complesse. Nonostante abbia la madre curda, non riesce a costruirsi una vita, non ha amici al di fuori dei colleghi. La divisa lo mostra a tutti come un nemico, e le minacce sono frequenti: “Puoi stare rilassato adesso solo perché i terroristi (PKK) te lo permettono. Ti fanno fuori quando vogliono”. “Stress, enorme stress”, continua a ripetermi.
Il PKK è un’organizzazione politico-militare fondata da Abdullah Öcalan, che dal 1984 combatte nelle zone del sud-est della Turchia per il riconoscimento e l’autonomia del popolo curdo. A seguito di anni di guerriglia con l’esercito turco e di atti terroristici ai danni di civili accusati di sostenere e aiutare il governo turco, sono stati classificati come terroristi da tutte le potenze del mondo occidentale. Nel maggio del 2025 però, dopo più di 40 anni di guerriglia, ha ufficialmente deposto le armi, sciogliendo il proprio gruppo armato. Questo evento fondamentale aprirà un nuovo capitolo nel futuro dei curdi nel territorio turco e non solo, e rende oggi sicuramente più semplice attraversare le zone del sud-est della Turchia.
Quando racconto a Can i miei piani scuote la testa: “No amico, non ci andare. In quelle città la gente è cattiva”. Non è il primo e non sarà l’ultimo a parlarmi male delle zone abitate dai curdi e dagli arabi, sia in Turchia che in Iraq. “Tu sei matto, ma lo sai dove stai andando?” Mi viene ripetuto più volte durante le settimane nell’ovest del paese. Allo stesso tempo però sono tante anche le persone che me ne parlano in maniera entusiasta, che elogiano l’incredibile ospitalità dei popoli che vi abitano, la bellezza delle montagne, la multiculturalità delle città.
Olimpos è un luogo meraviglioso, ma fin troppo turistico. L’unica strada è, di fatto, un susseguirsi di bar, ristoranti e pensioni. Piacevole, comunque, per un’ultima boccata di mondo occidentale e di divertimento alcolico, ma la voglia di un mondo più profondo mi trascina via presto.
Combattendo contro i ritmi della vita notturna di quei giorni, riprendo la marcia all’alba, speranzoso di non soffrire troppo la giornata. Ad Antalya sono costretto a perdermi tra le grandi strade e il cemento, devo comprare un materassino nuovo. Siamo di nuovo sopra i 40 gradi, e nonostante i vari tentativi per rinfrescarmi, nel pomeriggio vengo colto da una serie svarioni. La notte non si respira.
Il giorno successivo è anche peggio. Alle 9:30 inizio ad arrancare. Alle 11 sono costretto a fermarmi. Crollo sdraiato al lato di alcune lapidi, nel cimitero di Taşağıl, ultimo avamposto dove ho speranza di trovare dell’ombra. Riprovo a mettermi in marcia verso le 16, con risultati sconfortanti. Ad allietarmi, almeno, ci sono le persone lungo la strada: dei kazaki che gestiscono un negozio mi riempiono di dolcetti e bevande, dei ragazzi mi offrono del melone lungo una torrida salita.
La sera arrivo nel piccolo villaggio di Beydiğin, dove sono talmente esausto che spero di trovare una stanza e fermarmi due notti, ma non esiste nessun luogo di ospitalità. Sono costretto a dormire sotto una tettoia, con la tenda, tra galline e trattori.
La sveglia suona alle 4:15. Devo affrontare la salita più tosta. Con la torcia in testa inizio a pedalare che è ancora buio, come un mantra comincio a snocciolare uno dopo l’altro i tornanti. Sono circa le 6, il cielo è rosa. Una macchina rossa è ferma nella corsia opposta. È vecchia, almeno anni ’80. Una madre sta facendo fare pipì alla bambina più piccola, di tre o quattro anni. Il fratellino, poco più grande, piange gridando a pochi metri di distanza. Sembra il grido del gallo che mi accompagnava lasciando il villaggio. Il padre, molto giovane, è girato verso la strada e fuma una sigaretta in assoluto silenzio, appoggiato al cofano.

Io sto morendo.

Vedo la macchina diretta in discesa, lui che fuma, i sedili morbidi. Hanno il motore, che va avanti da solo. Vorrei che il sole non uscisse mai, che il mondo rimanesse per l’eternità in quel rosa cyberpunk. Pensando alle nostre vite, mi chiedo chi faccia più fatica, tra me e quei giovani genitori.
Poco dopo il sole esce e il vento comincia a soffiare con forza contro di me. Spingo sui pedali ma si spezza in due un sandalo. Lo aggiusto e, con grande fatica e numerose pause, mi trascino fino all’ingresso di un lungo tunnel. Per la prima volta uno dei miei peggiori incubi da ciclista si rivela un sogno: cinque chilometri di puro amore. Ombra, venticello, salita leggera.
Arrivo al villaggio di Başlar sperando di trovare del cibo. Tra case di pietra e sole battente, entro nel minuscolo centro, dove sorge la moschea e un negozio di alimentari. Una ventina di anziani mi fissano. Alcuni ricambiano il saluto, altri rimangono come le pietre degli edifici.
Entro nel negozio. Gli uomini hanno l’odore del fieno. Sugli scaffali solo prodotti per la casa, biscotti, cioccolate, patatine e bibite. Non un frutto, non una verdura. Per fortuna, dopo poco, arriva almeno il pane fresco.
Mi siedo fuori a bere una Coca-Cola. Tutti sono dall’altro lato della piazza, tranne me e un uomo che parla da solo. È seduto per terra e beve un’acqua gasata. Rutta, farfuglia, fuma, rutta di nuovo. Il matto del villaggio. E io con lui.
Torno in strada, ma resisto poco. Mi fermo a fare un pisolino sotto un albero, stendendo il telo appena comprato sull’erba secca. Dormo un po’, mangio e decido infine di ripartire. Ma una sorpresa mi blocca: l’erba nascondeva centinaia di palline spinose, attaccatesi ferocemente al telo. Provo a pulirlo, riempiendomi solo mani e braccia di spine minuscole. Mi saltano i nervi. Riparto borbottando, fermandomi ogni poche centinaia di metri per la salita e il caldo. I pensieri esplodono sempre più frequentemente in folate di imprecazioni ad alta voce. Cerco assiduamente un po’ d’ombra per riprendere fiato. Un ronzio improvviso accompagna una delle mie bevute, seguito da una fitta alla coscia. Una vespa esce dal costume e fugge. Stringo i denti, ma ormai mi aspetto di tutto.
Dopo undici ore arrivo al passo. C’è una fontana che era inaspettata. Finalmente da qui sarà discesa e poi potrò godere dell’altopiano.
In una giornata così, però, la beffa è dietro l’angolo: un forte vento contrario si presenta per rendermi ardui anche gli ultimi chilometri. Mi sciolgo in un lento trascinarsi sempre più logorante. Lungo la strada, ora pianeggiante e circondata da campi e montagne, ci sono molti contadini che vendono i loro prodotti, soprattutto fragole. Li guardo pensando più volte di fermarmi, ma proseguo sempre. All’ennesima pausa, questa volta molto vicino a un banchetto, una famiglia mi chiama: devono aver visto il mio sguardo stravolto. Mi regalano fragole, pomodori e cetrioli. Hanno i volti segnati dalla fatica, i vestiti sporchi di terra, il sorriso di chi conosce il valore semplice della generosità.
Poco più avanti sono di nuovo fermo. Ci sono dei gazebo per pregare e una fontana. Sono talmente stanco che sono tentato di dormire lì. Quando arrivo vengo accolto da un signore che mi regala una fetta d’anguria, altre persone si avvicinano e iniziamo a parlare. Siamo a soli 5 km dal paese, e mi dicono che c’è una guesthouse dove posso essere ospitato. Vale la pena fare l’ultimo sforzo. Andiamo.
Piano piano arrivo a Derebucak. Il signore che mi aveva parlato della guesthouse mi prende in custodia. Chiediamo in giro, ma le chiavi sono con il proprietario, ad Ankara. Si presenta un altro uomo che mi invita a cena, dicendo che intanto penseremo a una soluzione. Meglio farlo a stomaco pieno. Sto mangiando quando si ferma l’ennesimo personaggio: “Cosa fai? Dove dormi? Vieni con me, ho un posto per te!”. Alla fine mi ritrovo ad avere un’intera casa degli ospiti, in una giornata in cui schiaffi e carezze mi hanno lasciato profondamente stordito. Qualcosa, però, da quel tunnel è cambiato.

Continuo la marcia. Sono rigenerato e sento che il peggio è passato. Soprattutto, sono sull’altopiano, a oltre 1000 metri, e la temperatura è umana: 33-34 gradi. Assorto tra i pensieri spingo sui pedali lungo una salita quando una macchina si affianca. Mi preparo a salutare e ricevere la solita bottiglia d’acqua. Ma quando guardo, invece di un “Hello”, sento urlare: “Emiiiiii!”.
Per un attimo rimango spiazzato. Poi riconosco il volto: è il fratello di uno dei miei più cari amici di sempre. Veniamo dallo stesso paesino. Non ci credo! Si fermano, ci abbracciamo. Sono emozionato come un bambino. Non può essere vero, eppure lo è. L’emozione mi rimane addosso tutto il giorno. Pedalo con le ali. Supero il grande lago e la città di Beyşehir e, dopo cinque giorni, arrivo finalmente a Konya: la città dei dervisci rotanti e di Rumi, il grande poeta e mistico persiano. Qui, cuore spirituale della Turchia, si respira l’eredità del Sufismo, il sentiero mistico dell’Islam che, attraverso l’amore divino, la poesia, la musica e la danza, cerca l’unione diretta con Dio e l’annullamento dell’ego. Nel XIII secolo, il misterioso derviscio Shams Tabrizi divenne l’amico e la guida spirituale di Mevlânā Rumi. Il loro incontro folgorante risvegliò in Rumi l’estasi poetica e mistica che lo portò a comporre opere immortali e a fondare l’ordine dei Dervisci Rotanti. Dopo la sua morte, il mausoleo è diventato un luogo di pellegrinaggio mondiale, simbolo di quell’amore divino che è il pilastro del Sufismo.
L’impatto con la città è immediato. L’atmosfera è diversa dal resto della Turchia che ho conosciuto. La gente è estremamente gentile, mi guarda con stupore e mi accoglie con sorrisi. Anche i visi sono diversi, sembrano esserci tanti popoli diversi mescolati tra loro. La spiritualità è palpabile nell’aria, più fitta del traffico, più rumorosa del bazar.
Mi trovo a dormire in un quartiere che mi viene annunciato come pericoloso, ma che invece trovo estremamente affascinante. Tra piccole vie e ciottoli rotti è sempre vivo. Bambini che giocano per strada fino a notte tarda, anziani che bevono il tè, club notturni a luci rosse, forni, barbieri. Io cammino senza meta, pronto a ricevere quello che il caso vuole per me.

Nella vita ho ancora tanto da capire. Sento che sto ricevendo l’immensità, che il mio percorso è ricco e fortunato, che in tante cose c’è un maestro. Sento allora che c’è anche la necessità di restituire tutto questo in qualche modo. Lungo il cammino ci sono piaceri e distrazioni. Io non sono uno che vive a discapito degli altri. Ogni tanto faccio sciocchezze, soprattutto quando sono ubriaco o quando infrango regole che per alcuni sono necessarie. Sono sempre trascinato dalla ricerca di una via verso la libertà. Nel 99% dei casi, però, credo di non farlo a danno di nessuno. Tuttavia, sento che ciò che faccio non è abbastanza. Con tutto ciò che ho, che probabilmente è eccessivo, potrei dare di più a chi non ha la mia fortuna o i miei privilegi. Non parlo di cose materiali o soldi, perché il necessario in questo senso nell’essenzialità è minimo. Parlo di speranza, supporto, umanità, presenza.
Tante volte mi chiedo come si possa passare una vita senza curarsi degli altri, soprattutto dopo aver visto certe cose. A Konya mi trovo a chiedermi se potrò mai essere lo stesso, vivere come prima, dopo aver visto il sorriso di un uomo afgano, quando ancora era inconsapevole di cosa sarebbe successo. Dopo aver letto nei suoi occhi la fatica e il dolore, e poco dopo la gratitudine per i sacchetti della spesa che gli ho donato. Quello non era solo cibo e acqua: gli stavo dando molto di più. Lo so perché mi succede ogni giorno, e nonostante la mia situazione sia infinitamente più semplice, il mio stupore, il mio amore e i miei ringraziamenti per ogni dono sono sempre enormi.
Che energia mi dà una fetta d’anguria in sé? E il gesto che c’è dietro? Al di là del bisogno momentaneo, spesso è l’evento stesso il vero regalo, qualcosa che ci fa sentire che esistiamo, che per qualcuno valiamo.
Non credo che dimenticherò mai quell’uomo afgano e la sua famiglia. Sembrava una scena di un film quando li ho visti la prima volta. Guardavano il sole basso, tenendosi per mano, avvolti da una luce dorata. Il padre portava sulla schiena un materasso di spugna arrotolato, con una coperta e qualche sacchetto infilato dentro. La loro casa. La madre teneva il bambino. Si muovevano lentamente, senza direzione, senza meta.
I nostri sguardi si sono incrociati. Lui mi ha sorriso con una spontaneità e una sincerità profonde, un sorriso carico di stanchezza. Si sono fermati davanti a un negozio di oggetti di ottone e rame. Il sole splendeva sulla vetrina, avvolgendo quei pochi metri in un sogno brillante. Sono rimasti a guardare in una lenta estasi silenziosa, a bocca aperta.
Mi ci è voluta quasi mezz’ora per ritrovarli tra le strade del bazar, ma sapevo che l’avrei fatto. Appena gli ho dato i sacchetti con il cibo, il padre si è inginocchiato davanti al figlio e gli ha dato un pezzo di pane. Tante parole che non ho capito, ma una piccola luce che sono riuscito a leggere. Ahimè, anche la consapevolezza che qualcosa del genere non gli capita spesso, che il mondo intorno non li vede.
Poco dopo me ne sono andato, mi sono rannicchiato in un angolo di una piazza e ho pianto.

A volte sembra che nella vita non succedano grandi cose, che non si stia imparando granché. Spesso non è così. È solo una preparazione, un insegnamento più silenzioso e lento.
Nelle prime settimane in Turchia, che avevo trovato un po’ noiose e “vuote”, avevo in realtà imparato a conoscere i turchi e la loro gentilezza. Avevo imparato a ricevere doni, ospitalità, inviti, aiuto. Mi avevano preparato a vedere e riconoscere quella generosità, a essere pronto quando sarebbe toccato a me essere dalla parte “forte”.
E a Konya è arrivato il mio turno.
Il pomeriggio seguente, vagando tra strade e moschee, mi imbatto in un incendio. È un vecchio edificio che il giorno prima avevo fotografato. Intorno, un viavai di persone: pompieri che combattono le fiamme, curiosi, bambini che si annoiano presto e trovano altro da fare. Giocano nella polvere, avvolti dal fumo.
Giro intorno all’edificio, scattando foto, finché non vengo risucchiato nel mondo dei più piccoli. “Fotografo! Fotografo! Facci una foto!”. Così, ci mettiamo a chiacchierare. Hanno nomi bellissimi, di cui ricordo solo Selva.
Dopo un po’ si unisce a noi un uomo. Si chiama Yahay, è lo zio di una delle bambine. Sono siriani. “Un Çay? Vuoi venire a casa?”. Accetto. Lentamente ci lasciamo alle spalle la nuvola di fumo e ci infiliamo tra vecchi palazzi. Negli angoli dei vicoletti, piccoli gruppi di donne chiacchierano protette dall’oscurità data dalle alte pareti di cemento sgretolato, tra pietre rotte, cavi e spazzatura.
Saliamo in casa. Una luce bianca e fredda, grandi tappeti blu sul pavimento. La sala, a parte un gigantesco televisore, è spoglia. Vivono in sette. Sono arrivati dodici anni fa, quando Hamza, il figlio più piccolo che si è unito a noi, aveva appena un anno. Dodici anni che Yahay non vede suo padre, rimasto a Damasco.
Ha gli occhi spenti, disillusi. Fuma due pacchetti di sigarette al giorno e non ha lavoro. “Stress, stress, stress”. Gli chiedo se ci siano buone notizie dalla Siria, dopo la caduta del regime di Assad. “Syria is over”, mi risponde. “Bombe, bombe, bombe. Non c’è nient’altro”.
Mi chiede se ho fame e mi serve il tè.
“Çay siriano, non turco. Quello turco non è buono”.
La sala si riempie di cibo, ma mangiamo solo io e lui. Hamza ci guarda. La moglie appare ogni tanto per portarci qualcosa o liberare un vassoio. “Le donne in Siria possono uscire solo con il permesso del marito. Ma non è bene che vadano fuori”, tiene a sottolineare.
Hamza è più sorridente, si vede che ha ancora speranza. Forse ha la fortuna di non ricordare il rumore delle bombe, che invece sembra ancora far tremare qualcosa dentro suo padre.
Yahay ci lascia per un attimo e torna con in braccio un bambino di appena pochi mesi. “I nipoti sono più importanti dei figli”, dice. È l’unico momento in cui i suoi occhi brillano.
Lunghi momenti di silenzio separano le nostre chiacchiere metalliche, create dalla voce del traduttore del telefono. “Siamo felici di avere un ospite, per noi è un onore, anche se non abbiamo praticamente nulla. I turchi non sono come noi, non sono ospitali”.
Imbarazzato non so come dirgli che la mia esperienza è diversa, che quasi ogni giorno incontro persone generose.
Ripenso alla famiglia afghana. Mi chiedo perché un italiano, che teoricamente ha tutte le carte per stare bene, viene aiutato e accolto, mentre una famiglia disperata, distrutta, senza nulla, viene ignorata e guardata con disprezzo. Cosa c’è dietro questi sentimenti? Perché io sì, e loro no?
Yahay mi racconta di come i siriani siano discriminati, del muro che i turchi hanno costruito non solo al confine, ma anche tra i cuori.
I rifugiati siriani in Turchia sono più di tre milioni. Fortunatamente, almeno tra di loro, esiste una rete di sostegno, una comunità attiva che gli permette di sopravvivere mentre in quella terra sono spesso ignorati e malvisti. Ma se le cose sono sempre state complicate, da quando nel dicembre del 2024 è caduto il regime di Assad sono addirittura diventate più complesse. Diversi partiti di destra turchi hanno cominciato a fare pressione perché i siriani facessero ritorno nel loro paese. Ora che non c’è più la guerra, ora che le cose vanno bene. La realtà, purtroppo, è ancora molto lontana da essere così. La Siria rimane instabile e in mano a criminali: basti pensare che l’attuale auto-proclamato presidente, Ahmad al-Shara, nel 2003 si unì ad Al Qaeda, per diventare poi un potente rappresentante di movimenti Jihadisti, prima in Iraq e poi in Siria. Fino a dicembre 2024, dagli Stati Uniti, c’era una taglia di 10 milioni di dollari sulla sua testa. Non esattamente uno che ti fa sentire tranquillo di tornare a casa.
Sotto il suo governo, nei primi mesi, si sono già consumati massacri di minoranze.

La strada per la Cappadocia è una lama di cemento in un deserto di pietre ed erba secca, un lungo corridoio di polvere e gentilezza. Due uomini curdi mi fermano sotto un albero, mi rifocillano con il loro çay – “Kurdish çay! Più buono di quello turco!” – e cercano di regalarmi un materasso e un cuscino. Rifiuto, ma i loro biscotti mi accompagnano per giorni.
A nord, il grande lago salato Tuz Gölü. A sud una cresta di montagne vulcaniche che culmina nel punto più alto con l’Hasandağı, il cui cratere domina minaccioso sulla città di Aksaray.
La Cappadocia è un sogno degno della meraviglia dei migliori artisti del rinascimento. Sculture vulcaniche, dipinte dal tempo e dagli agenti atmosferici, si estendono per decine di chilometri. Mi perdo per valli lunari, infilandomi in chiese rupestri e cunicoli scavati nei millenni. Prima dagli Ittiti, poi da Romani e arabi, infine da cristiani che vi trovarono riparo, costruendo vere e proprie città sotterranee, scavate nel tufo.
La vita vuole che incontri anche Rafa, un amico francese con cui avevo condiviso una casa in Ecuador sette anni prima. Il destino, come allora, lo fa apparire all’inizio di un lungo viaggio: è il battesimo del mio cammino.
Punto ora a Gaziantep, verso il confine con la Siria. Cinque giorni di marcia. Il primo giorno è desolato: laghi secchi che appaiono vivi solo sulle mappe, terre incrostate di sale, vulcani. Se non ci fossero le moschee penserei di essere sull’altopiano boliviano. Tanto silenzio, nessuno mi ferma. Penso: “Domani si rifaranno”.
E infatti. A Delevi dei murari mi riempiono di pane e verdura. A Çatalçam, Talip e Gülşen mi adottano in giardino, tra galline e cumuli di fieno. “Gülşen restaurant!”, scherza lui. “Pomodori un dollaro! Pane un dollaro! Quanti tè hai bevuto? Quattro? Quattro dollari”. Mangio dolma e sarma del loro orto, mentre il sole cala sulle nostre risate. Al passo tra le montagne, a circa 2000m, nel pomeriggio avevo risentito l’odore della pioggia dopo tanto tempo. Sono stato accarezzato da un vento fresco.
Le giornate si susseguono in un montaggio di volti e gesti: bambini che mi rincorrono in bicicletta, anziani che mi scrutano in silenzio, mani che si allungano per offrire acqua, tè, frutta. A un benzinaio, un uomo che dorme su una sedia a dondolo si sveglia e condivide con me le sue patatine. Poi mi chiede di pagargli una coca-cola. Il benzinaio, quando vado a pagare, è incredulo: “Davvero devi pagare tu?”.
Scavalco altre montagne, dormo sul bordo della strada, svegliato dagli sbuffi dei camion. L’afa torna a soffocare i polmoni. Ho le gambe incrostate di sangue e terra, il sandalo è un ammasso di brandelli di nastro adesivo.
All’improvviso mi ritrovo alle porte di Gaziantep: i cartelli stradali indicano la Siria a 70 chilometri verso sud. Il non ufficiale ingresso nelle terre dei curdi, poco più lontano a est.

Ho oltrepassato le porte.

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Le Immagini

1 – Goksun, Turchia

2 – Beyşehir, Turchia

3 – Konya, Turchia

4 – Cappadocia, Turchia

5 – Konya, Turchia

6 – Saraycik, Turchia

7 – Delevi, Turchia

8 – Dalyan, Turchia

9 – Dalyan, Turchia

10 – Cappadocia, Turchia

11 – Konya, Turchia

12 – Konya, Turchia

13 – Cappadocia, Turchia

14 – Konya, Turchia

15 – Cappadocia, Turchia

16 – Dalyan, Turchia

17 – Konya, Turchia

18 – Cappadocia, Turchia

19 – Konya, Turchia

20 – Konya, Turchia

21 – Beyşehir, Turchia

22 – Marmaris, Turchia

23 – Cappadocia, Turchia

24 – Saraycik, Turchia

25 – Konya, Turchia

26 – Konya, Turchia

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