Il Viaggio Personale

Mese 6 – La Terra Tra Due Fiumi

Il silenzio mi ha avvolto da poco, quando suona la sveglia. A Sreshma la vita è ripresa nella sua routine e nel parco spoglio dove ho dormito finalmente ci sono solo io.
Godendo della calma mattutina preparo lentamente le cose, finché, quando sono quasi pronto per partire, l’incantesimo si spezza: arriva Zana, un poliziotto che mi vuole invitare a casa per fare colazione. Accetto con piacere. Vengo accolto nella sua abitazione moderna da lui, che ne va molto orgoglioso, e dalla moglie. Mi fermo per poco, appena il tempo di mangiare e scambiare qualche parola, un dialogo povero a causa degli ovvi limiti linguistici. Ho un po’ fretta di andarmene, so che la giornata sarà molto lunga. Passano appena quindici minuti e sono già fermo, di nuovo. Un poliziotto mi fa cenno di raggiungerlo a bordo strada. Il suo turno di lavoro sembra essere estremamente rilassante, così vuole fare due chiacchiere per scacciare un po’ la noia. Venti minuti dopo la storia si ripete con un gruppo di lavoratori, e poi ancora un’altra volta, mentre giungo a Bekhal, verso la fine del meraviglioso canyon di Rawandiz. Da lì in avanti mi infilo tra le montagne risalendo la valle che porta verso Choman, tra le cime più alte dell’Iraq. Tempo e distanza dicono che posso farcela in giornata, ma l’interminabile serie di inviti e saluti mi costringe a finire la giornata a Rashakall, una piccola località nel fondo valle, immerso nel profondo di una gola selvaggia, tra le montagne controllate dal PKK. L’undicesimo e ultimo stop del giorno mi fa incontrare Amet e Ismail. Ero appena “scappato” da una situazione ambigua, dove una ragazza sul bordo del fiume, che curava un gregge di pecore che mi ero fermato a fotografare, era scappata vedendomi, per poi apparire poco dopo armata di fucile. Nel dubbio… meglio fermarsi da Ismail. Padre di 9 figli, ha perso le gambe durante la guerra degli anni 80, nella carneficina tra Iraq e Iran (80-88). Da allora ha messo su famiglia, portato avanti una fattoria e aperto un piccolo luogo turistico, dove la gente può fermarsi a fare un pic nic bagnandosi nel fiume. Ismail vende i melograni dei suoi alberi sulla strada, e mi invita a fermarmi per la notte in una piccola casetta al lato della via, aperta sul retro su un ponticello che dà sul fiume. Il nipotino è incaricato di portarmi la cena, così come la colazione la mattina successiva. Stendo il telo col materassino per terra, in una notte di luna e melodie di rane, e mi lascio trascinare dal rumore della corrente verso i sogni.
A Choman sono ospite della sorella di Maruf, un uomo che mi aveva fermato il giorno prima. La mia unica vera richiesta sarebbe quella di avere un posto per passare la notte, ma le incomprensioni e forse un’ospitalità spinta più dalle telefonate del fratello che dalla famiglia stessa, ostacolano la giornata. Finisce che vengo accompagnato su per le montagne e salutato lì, con tutte le mie cose. “Sali, non manca molto. Su è bellissimo! Puoi montare la tenda dove vuoi’”. Peccato che sia stremato e che l’unica cosa che avevo chiesto fosse “oggi non fatemi pedalare”. Per arrivare in cima sono più di due ore di salita, non se ne parla. Un borbottio di rabbia si mescola alla gratitudine per il pranzo offerto, mentre torno indietro per cercare un luogo dove montare la tenda.
Il giorno dopo, non avendo un vero è proprio luogo per riposare, lascio già i 4mila iracheni, senza un velo di neve, e dove le cime, di bianco, hanno solo gli avamposti di controllo del confine con l’Iran. Mi dirigo più a sud, in direzione Sulaymaniyya. La giornata è un continuo fermarsi ai checkpoint dei Peshmerga, che mi costringono due volte a cambiare itinerario. “Non puoi andare di là, è zona del PKK, è pericoloso”. Ogni piccolo incrocio è un checkpoint, ogni cima ha un castelletto di controllo sulle valli. L’unica strada che mi è permesso fare è quella che passa per Warta. “È per la tua sicurezza”, mi dicono, facendomi allungare di diverse ore la giornata. Le valli però sono meravigliose, e anche se la strada è spesso percorsa da macchine e blindati militari, non mancano gli inviti a bere un tè o a mangiare qualcosa. I piccoli villaggi sono quasi deserti, mucche e oche controllano le vie, i lati della strada sono coperti di letame. Giungo sul lago di Dukan, un grande bacino idrico dove monto la tenda, circondato da cani randagi mentre le montagne si tingono di rosa e i pescatori escono dalle acque trainando piccole reti bianche. Immancabilmente una famigliola che mi vede da poco lontano si avvicina per salutarmi e per regalarmi la cena.
Il giorno successivo è tremendo. Sono di nuovo in zone semi desertiche. Secche distese di erba giallastra si mischiano ai rami del lago, ondeggiando fino alle montagne che si avvicinano minacciosamente. Da lontano posso già scorgere la salita che mi aspetta, l’anticipazione mi fa crollare l’animo. Le gambe non vanno, la testa nemmeno. La frustrazione mi cresce dentro come le curve si arrampicano a zig zag tra le pietre. Il sudore gocciola sul naso, penso solo a trovare un albero. Vorrei non continuare.
Un uomo su un grosso camion si ferma per chiedermi come sto: mi regala acqua e dolcetti. Cerca di darmi dei soldi, che rifiuto categoricamente, e decide allora di riempirmi di biscotti. Poco più avanti sono dei ragazzi a fermarsi, arrivano da Baghdad: scendono mentre mi stanno già riprendendo col telefono. Uno di loro si avvicina e comincia a toccarmi in maniera morbosa. Lo allontano senza alcuna gentilezza. Sono in balia degli eventi. Ogni incontro gioca col mio stato d’animo, con la mia energia. Giungo a una piccola moschea dove al lato sorge un ristorantino, combo che ai miei occhi appare quasi come una visione. Dai bagni della moschea esce una famiglia che al primo incontro mi guarda con diffidenza, quasi con disgusto, mentre grondo ancora l’acqua che mi sono appena rovesciato in testa. Poi però vedono la bicicletta, e gli occhi sibillini si trasformano in un sorriso. Arrivano i dolci, i regali, e poco dopo, da altri signori, mi viene offerto anche il pranzo. Scopro che la salita omicida che vedevo da lontano non è nemmeno sulla mia strada: devo girare a sinistra, in una strada tutta buche ma decisamente più docile. Mi sono ripreso. Risalgo una valle meravigliosa: ricompare qualche albero, capre dal pelo lungo e dozzine di mucche controllano i campi, lo sterco riempie l’asfalto sgretolato. Dei bambini mi fermano a un piccolo crocevia: gestiscono il mini-market. Mi invitano a fermarmi, poi mi fanno domande sul calcio mentre cercano di convertirmi all’Islam. La gente mi saluta dalle poche case di pietra che incontro, dove i tetti di lamiera sono coperti da teli blu bloccati da pietre e pneumatici. I ragazzini mi inseguono su moto molto più grandi di loro, e mi avvertono quando cerco un luogo per montare la tenda: “attento, è pieno di serpenti!”.
Tre giorni dopo Choman giungo finalmente a Sulaymaniyya, considerata la capitale culturale del Kurdistan, la città più alternativa. Arrivare in hotel è un’impresa: le strade centrali sono un unico immenso mercato. Migliaia di persone si incastrano tra bancarelle e macchine che rimangono intrappolate per interminabili lassi di tempo. È venerdì, e là moschea centrale brulica di fedeli. Rido mentre rimango intrappolato tra la calca e gli sguardi curiosi, tra i fumi delle carni, cavi per caricare telefoni, vestiti, orologi e frutti di ogni tipo.
Tra le vie dei mercati, dove la mattina corrono oche, tacchini e galline, e dove nel pomeriggio c’è solo un’esposizione di cibo spennato appeso a dei ganci, si corre sulle cicatrici più fresche del Kurdistan iracheno. Ci troviamo vicino alle città di Halabja e Kirkuk. La prima fu teatro di uno dei più terribili massacri per mano degli arabi, durante la repressione del regime di Saddam Hussein. Lì, il 16 marzo 1988, una campagna di sterminio nota come Anfal, culminò con un attacco con armi chimiche: morirono 5.000 civili in poche ore. Kirkuk è invece tutt’oggi il luogo con maggiore tensione e frequenti scontri armati tra il mondo arabo e quello curdo. La zona è ricchissima di petrolio, entrambi i governi la ritengono propria, e viene puntualmente persa e riconquistata da una delle due parti: dal 2017 è nuovamente sotto il controllo di Baghdad. A Sulaymaniyya ha luogo invece la Amna Suraka, un’ex prigione per i dissidenti curdi, dove venivano interrogati, torturati e uccisi. Oggi è un museo che non nasconde nulla, dai fori dei colpi delle mitragliatrici alle macchie di sangue sui muri. Mancano solo le grida, anche se il loro eco è ancora intrappolato nel silenzio del filo spinato e delle mura grigie di cemento armato.
Camminando tra le vie vengo accolto da tre amici di vecchia data. Mi offrono una spremuta per poi mostrarmi il loro negozio di piatti e utensili da cucina al mercato, e infine mi portano a vedere la città di notte dall’alto, nel loro luogo preferito, dove si ritrovano quasi tutte le sere per fumare marijuana, fuori dal mondo urbano, dai giudizi e dalla lotta quotidiana. Il futuro però li insegue anche li. Ozhman sta per partire per il Canada, Saram sta aspettando i documenti per andare in Germania, il terzo amico rimarrà lì. “Ci conosciamo da otto anni”, dice Ozhman inquieto, “qui ho i miei amici, la mia famiglia, il mio mondo, tutto. Non voglio andare via. Ma gli stipendi arrivano con 2-3 mesi di ritardo. Gli arabi ci puniscono perché non gli facciamo arrivare il petrolio. Cerco una vita migliore”. Nei suoi occhi però non c’è emozione verso la nuova avventura, è disilluso.
Sotto di noi Sulaymaniyya brilla sugli stradoni dei nuovi quartieri di lusso finanzianti dagli americani, mentre l’oscurità mangia le montagne colme di campi minati che le stanno intorno, dove solo le fiamme dell’oro nero illuminano la notte qua e là.
Di giorno la polvere copre il cielo, continuando a nascondere parte della città. Pedalo verso Erbil, la capitale del Kurdistan.
Mi aspettano tre giorni di viaggio, dove allungo un po’ la strada per avventurarmi lungo una via sterrata che costeggia il lago Dukan sul lato opposto a quello che avevo già attraversato. Il paesaggio è talmente meraviglioso che vale la pena rivederlo da una prospettiva diversa. Me lo immagino in primavera, quando le sfumature del deserto vengono dolcemente coperte di verde.
La luna splende piena, sono a poche decine di metri dalla strada, con la tenda un po’ di discesa. Il cielo è già oscuro, quando una torcia compare poco lontano. Poi i fari di una macchina e davanti a lei un pastore che trascina una pecora e una capra. Erano scappate insieme. Allora è possibile uscire dal gregge.
La mattina seguente proseguo. Sono senza acqua, poiché in una delle borracce sono cresciute le alghe e non mi azzardo a bere. Punto ad arrivare a Koya, dove cercherei volentieri una stanza. Lungo la via mi imbatto in una scena tra il tragicomico e il surreale. Due macchine hanno fatto un incidente, una delle due è addirittura capottata nel fosso. Ci sono una trentina di uomini intorno, seri e indaffarati. Al mio passaggio però si girano tutti e mi salutano con entusiasmo. Tra di loro ne noto uno con un grosso ematoma sulla fronte e la testa che perde sangue. Mi fa un gran sorriso e mi saluta contento.
A Koya non esiste un hotel. Tra chi mi ferma per strada e quelli a cui chiedo io, tutti rispondono negativamente. “Puoi dormire nel parco”. Ma i ricordi insonni dell’entusiasmo dell’ultima volta mi fanno propendere per uscire dalla città e trovare un luogo più appartato. Mi rimetto in sella e dopo una decina di chilometri trovo una zona pic-nic, malmessa e ricoperta di escrementi di uccelli, ma comunque con dell’ombra e dei tavolini. Sono su una stradina laterale a poche decine di metri da un’azienda, che ha parecchi cani da guardia che dopo non molto vengono a farmi visita. Mi accerchiano e abbaiano per un po, finché si annoiano e se ne vanno, per poi tornare più tardi. Fanno le ronde. Una macchina che esce da lì si ferma per chiedermi chi sia e per mettermi in guardia: “Stai attento ai cani! Ce n’è un molto grosso, bianco. Se lo vedi scappa subito in tenda. Se hai bisogno di qualsiasi cosa fammi sapere senza problemi”. Grazie mille. Userò la telepatia nel caso, dato che non mi lascia nessun contatto.
Scende la notte, i cani si ripresentano come previsto, dai sei che c’erano il pomeriggio ora sono diventati nove, e quello più grosso e temibile è con loro. Tornano tre quattro volte, circondando la tenda e abbaiando finché la stanchezza supera il sospetto. Improvvisamente, però, il silenzio della notte viene tagliato da delle urla umane. Ci metto un po’ a capire che non è un sogno, ma poi mi accorgo che ho una torcia puntata sulla tenda. Continuano a gridare. Ce l’hanno con me. Tolgo i tappi e, completamente rincoglionito, cerco di rispondere qualcosa. “Italia! Italia!” Grido. “Passport!”. Esco dalla tenda e trovo tre uomini che mi puntano addosso un mitra. Ho la torcia puntata in faccia e faccio fatica a vederli, ma capisco che si avvicinano. Prendono il passaporto e una volta assicuratisi che sia davvero italiano abbassano luce e arma. “Ti serve qualcosa? Cibo? Acqua?”. No, mi basta dormire senza un mitra puntato addosso, e magari portatevi via i cani. Cosa che non succede, perché un attimo dopo mi sono di nuovo intorno.
La mattina è tranquilla. Dall’azienda arriva un uomo più anziano, che si siede vicino a me e inizia a parlare a lungo, come se lo capissi facilmente. Non capisco nulla ovviamente, a parte che dovrei viaggiare in compagnia e che la zona è piena di serpenti. Mi sta facendo la ramanzina. Poco dopo però mi riempie di regali: biscotti, tè freddo, acqua, frutta. Inaugura la giornata. Poco più tardi vengo invitato a pranzo, finché l’ultima discesa mi porta a Erbil. Qui sono ospite di Youssef, un ragazzo egiziano che ho trovato su Couchsurfing. Youssef vive ai limiti della città, in una zona periferica che è colma di cittadelle nuovissime, private e con un’organizzazione esagerata. Passo per il Korean Village, lo Spanish Village, l’American Village, per giungere infine fino a Ganjan City, dove sono atteso. L’accoglienza è quasi comica: lavorano talmente tante persone, con l’idea di essere all’avanguardia ed estremamente efficienti e organizzati, che in realtà è tutto un casino. Per avere l’autorizzazione per mettere la bicicletta in garage chiedo alla guardia armata all’ingresso, che mi rimanda a una guardia superiore. Quella mi manda in un ufficio, dove chiamano il capo dell’area, che finalmente dà il permesso di legare la bici. Il portone del palazzo si apre con il riconoscimento facciale, ma poi rimango chiuso dentro l’ascensore perché salta la corrente.
A Erbil faccio poco. L’alloggio in cui mi trovo è a 18 km dal centro, le vie per raggiungerlo sono un inferno a 4/5 corsie, tra la polvere del deserto e una densa cappa di smog. Nelle parti esterne della città, oltre alle cittadelle, spuntano negozi di alcolici, locali a luci rosse e grandi edifici privati, per incontri e feste di vario tipo. Più ci si avvicina al centro, più si torna in un mondo islamico, meno distorto. Spariscono i neon e i grattacieli, ricompaiono le moschee e le case più basse.
Youssef è un prete cristiano cattolico. Rifiuto un suo invito a una riunione tra fedeli, ma accetto di andare alla serata che ha organizzato con la parrocchia in una piccola galleria d’arte. Qui mi ritrovo tra volti di mondi diversi: arabi, curdi, europei, americani. Tutti cristiani cattolici. L’accoglienza è calorosa, in particolare da parte di un grosso uomo arabo di nome Eiffel, che è entusiasta che io sia italiano. Più volte mi si avvicina per dirmi qualcosa, finché a un certo punto mi chiede se la premier Meloni sia di destra o di sinistra. “Destra” rispondo. “Beh, siete fortunati ad averla. È benedetta da Dio. Sostiene Israele e chi sostiene Israele e il popolo eletto è benedetto da Dio”. La serata scorre tra alcune letture e un buffet, per poi sciogliersi in del tempo libero per rilassarsi e chiacchierare. Visito un po la struttura e mi ritrovo a uscire in cortile, dove improvvisamente sento urlare “Benito Mussolini!”. Eiffel mi guarda: ”Un grande! Mi piace!”. Rabbrividisco. Capisco però che c’è qualcosa che non torna. Saprà Eiffel cosa ne faceva Mussolini del popolo eletto che tanto adora? Mi siedo con lui e cominciamo a parlare, e così mi racconta un po’ la sua storia. “Il 1º aprile del 1999 sono stato reclutato dall’esercito iracheno di Saddam Hussein. Ma sono scappato. Quando ero piccolo ricordo che venni fermato da un soldato: era senza cappello, con una giacca militare beige e dei pantaloni verde olio. Due scarpe diverse, da civile. Decisi che per 3000 dinari al mese non avrei mai preso parte a quell’esercito di poveracci. Prendere ordini ed essere punito se non li eseguo per guadagnare due soldi?”. Così la decisione di lavorare per gli americani come traduttore. “Non li vedo come invasori, ma come quelli che ci hanno liberato da Saddam Hussein. Lo so che non lo facevano perché gli importava di noi, ma per i loro vantaggi. Ma non mi interessa, ci hanno liberati”. Comincia poi a parlare in maniera sconnessa di Hamas e Israele, paese che ha ottimi rapporti con il Kurdistan iracheno, soprattutto legati alla guerra col mondo arabo: “Tanto arabi palestinesi sono passati con l’IDF. Hanno fatto bene. Lì hanno soldi, una posizione privilegiata, non gli manca nulla. Sono cittadini di prima classe. Lo farei anch’io. Per i soldi sparerei agli arabi, sparerei alla mia gente. Sono un mercenario. Come traduttore avevo tutto: palestra, videogiochi, i ristoranti migliori, musica jazz. Se volevo delle armi bastava mettere una X sul mio documento di traduttore. I palestinesi e Hamas, quando vedono un arabo nell’IDF lo guardano male e ai checkpoint si sentono insultati a essere controllati da lui. Ma ha fatto bene lui”. Alla nostra conversazione intanto si è aggiunto Obaida, un ragazzo di 22 anni di etnia drusa che viene da Suwayda, nel sud della Siria. È scappato dalla sua terra quando aveva 17 anni, altrimenti sarebbe stato reclutato nell’esercito. Tutta la sua famiglia è scappata in Iraq. In seguito la sua casa è stata sequestrata e data alle fiamme. L’infanzia l’ha passata sparando con fucili e mitra. Uno dei suoi fratelli maggiori, che combatte nell’esercito druso, gli ha fatto da maestro e gli ha insegnato a comportarsi da soldato.
In Siria però non può tornare né lui né nessuno della sua famiglia. Se dovesse tornare verrebbe riconosciuto come traditore appena dopo aver consegnato i documenti, e verrebbe giustiziato. In questo contesto Israele è protettore dei drusi, nell’eterna guerra agli arabi. Ma Obaida non lo appoggia, e si trova profondamente contrario alla tesi di Eiffel per cui per una vita migliore con più soldi, sicurezza e privilegi, vale la pena lasciare la propria gente e mettersi contro di loro. “Meglio tenere la dignità che vendersi e andare contro le proprie origini”. Ismail allora ci pone un altro dubbio: “Se Dio mi dice che devo proteggere la mia anima, ma Gesù mi dice che devo porgere l’altra guancia e non combattere.. io sono confuso. Mi devo difendere o no? Se arriva uno con un mitra io lo ammazzo, chiaro!”.
Tra le persone in cortile conosco anche Ahmet, un giovane arabo di Baghdad che da anni vive ormai in Kurdistan, nonostante gli storici conflitti tra le due parti. “Nel 2007 ci siamo trasferiti a Rawanduz, tra le montagne curde. Con la mia famiglia abbiamo preso una casa. Non eravamo poveri, potevamo permetterci di comprare le cose necessarie per vivere, ma non ci siamo riusciti. I vicini tutti i giorni ci portavano regali come benvenuto: mobili, utensili, i letti, il frigo. Ci hanno riempito la casa, fatto l’arredamento. È stato incredibile”. La serata volge al termine, esco sulla strada davanti al centro culturale e incontro di nuovo Eiffel. Sta andando a casa e cavalca una bicicletta rossa. Si ferma e mi chiede entusiasta: “Puoi cantarmi Bella Ciao?”.

Da Erbil continuo il mio ritorno verso casa di Kathleen, a Duhok. Nello zigzag mi fermo ad Akre, dopo l’ennesima giornata di saluti e regali. Qui mi prendo un po di tempo per riposare, e per chiacchierare con Tariq, ex ambasciatore del Kurdistan in Austria. Oggi è anziano e finalmente può stare nella sua terra, senza soffrire e avere paura. La strada però mi porta verso i templi di Lalish, il luogo più sacro, la Mecca del popolo Yazida. Lungo il cammino il numero di stop e richiami è già pressante. Inviti a dormire, inviti a pranzo, foto, video. Riesco a rifiutarli quasi tutti. Avvicinandomi a Lalish mi imbatto inaspettatamente in una folla che riempie la strada già dall’incrocio sulla via principale, a circa due km dal paese. Decine di macchine che vanno e che vengono, i primi assalti dei curiosi. I Peshmerga mi lasciano usare il loro bagno per cambiarmi ed essere vestito in maniera adeguata. Bastano in realtà un paio di pantaloni lunghi. Un gruppetto di ragazzini dai capelli biondi mi accompagna mentre pedalo lentamente lungo la salita che porta ai templi. Domande che non capisco, decine di saluti. Sono letteralmente dentro un fiume di persone e di macchine. Cosa sta succedendo? Perché c’è così tanta gente? È il 12 ottobre, e scopro che siamo negli ultimi due giorni della Cejna Cemayê, la celebrazione più importante e solenne del calendario yazida che dura sette giorni, solitamente dal 6 al 13 ottobre. Si onora e festeggia Sheikh Adi ibn Musafir, un mistico sufi di origini arabe che giunse dalla Siria (1073-1162 circa) e che, con l’istituzione del suo ordine sufi (l’’Adawiyya), fornì una struttura organizzativa e un’infusione di misticismo islamico a un insieme preesistente di credenze locali, zoroastriane, mesopotamiche e, probabilmente, anche cristiane ed ebraiche, dando di fatto vita allo yazidismo. Da questo sincretismo nacque un monoteismo rigoroso che affidò il governo del mondo a un concilio di sette Angeli Sacri.
Il primo e più importante è Tawusî Melek, l’Angelo Pavone, una figura centrale e fraintesa. Un simbolo di luce, conoscenza e rinascita, il cui emblema, il pavone, adorna ogni luogo sacro.
Gli Yazidi sono da allora uno dei popoli più perseguitati della Mesopotamia. Nella loro storia si contano settantaquattro genocidi subiti, di cui l’ultimo, ancora sanguinante, per mano dell’ISIS, nel periodo tra il 2014 e il 2017. Il motivo più persistente e devastante delle persecuzioni è stato un profondo malinteso della loro fede, sfociato nell’accusa di “adorazione del diavolo” da parte dei vicini musulmani e di altri gruppi monoteisti. Il fulcro di questo equivoco è la figura di Tawusî Melek, l’angelo primordiale che, secondo la loro teologia, rifiutò di prostrarsi ad Adamo. Gli Yazidi interpretano questo gesto non come disobbedienza, ma come l’atto supremo di devozione monoteistica: solo Dio merita adorazione. Per questo Tawusî Melek è considerato il reggente del mondo, una figura di redenzione e non di male. Presso le altre religioni abramitiche, tuttavia, lo stesso episodio è associato alla caduta di Lucifero, trasformando l’angelo in demone e gli Yazidi in “adoratori di Satana”. Questa interpretazione distorta ha fornito per secoli una giustificazione religiosa per etichettarli come infedeli, soggetti a conversione forzata o sterminio secondo le correnti più estremiste della legge islamica.
Vengo preso in custodia da Serekan, un giovane dai capelli scuri che senza parlare una parola di inglese decide di accompagnarmi per i templi. Lascio le scarpe e la bicicletta all’esterno. Per tutto il villaggio si può camminare solo scalzi. Entriamo nel tempio principale dove vengo invitato a eseguire vari rituali sacri: sciogliere il nodo di una corda, riannodarlo e baciarlo. Girare per tre volte intorno a una grande roccia e poi baciarla. Un uomo anziano brucia dello spago per me, prima di lasciarmi entrare nella sala più profonda del tempio, nella pancia della montagna. Nessuna finestra, la corrente elettrica che salta di continuo: decine di persone nel pieno delle proprie emozioni, travolte dalla forza spirituale delle celebrazioni, avvolte dal buio. Uscendo dalla grotta più profonda mi viene fatto lanciare uno straccio bagnato a occhi chiusi, deve rimanere su un gradino di roccia che sporge in alto sulla parete: ci riesco al primo colpo. Le persone intorno a me si emozionano e applaudono. Un uomo che accarezza una vipera ci attende nuovamente all’uscita. Viene da un villaggio dove le persone convivono coi serpenti, di cui molti estremamente velenosi. Visitiamo altri templi e svolgo altri rituali, finché Serekan mi saluta. Non passa che un attimo e incontro Haji, un uomo di una cinquantina d’anni, arruolato nell’esercito dei Peshmerga. Per prima cosa mi invita nella tenda della sua famiglia, per conoscere moglie e figli e per bere un tè. Sono accampati lì da una settimana, come tantissime altre famiglie. Ci rimmergiamo nella folla e Haji mi accompagna a conoscere varie persone tra cui la più importante: Babashir, una sorta di papa Yazida. Vestito di bianco con una lunga barba nera, si presta a fotografie con tutti i fedeli e non. Torniamo alla tenda per la cena: gli uomini, in questa occasione, mangiano separati dal resto della famiglia (in altre occasioni saremo tutti insieme). Mi trovo seduto a mangiare con amici e parenti di Haji, tutti arruolati in forze dell’ordine: un poliziotto curdo, uno della polizia irachena, un soldato dell’esercito federale, vari peshmerga. Arruolarsi, per gli Yazidi rimasti in Iraq, è uno dei pochissimi modi per avere un salario decente, per far sopravvivere la propria famiglia. Molti di loro provano un profondo rancore verso i Peshmerga della regione di Erbil (ci sono di fatto due eserciti Peshmerga, legati ai due principali partiti curdi), poiché nel 2014, quando l’ISIS minacciava di conquistare il Sinjar, ovvero le terre abitate dagli Yazidi, le forze armate curde che lo proteggevano se ne sono andate, lasciandoli completamente indifesi, e aprendo le porte allo Stato Islamico per il massacro e le bestialità avvenute negli anni successivi. Quella dell’esercito è però l’unica via di salvezza.
Appena finito di cenare ci dirigiamo nuovamente verso il tempio principale, dove a breve cominceranno delle cerimonie. Seduto in mezzo a decine di persone, mi guardo intorno: le persone sono un misto incredibile di lineamenti e colori. More, bionde, rosse, occhi verdi, scuri, azzurri. Capelli ricci, lentiggini, nasi aquilini o alla francese. Una diversità genetica impressionante se si considera che la religione sincretica degli Yazidi li rende un gruppo distinto e chiuso. La fede, infatti, si trasmette per via patrilineare, ma con la regola fondamentale che entrambi i genitori devono essere Yazidi. Possono quindi sposarsi esclusivamente all’interno della propria comunità e casta religiosa, usanza che ha mantenuto la purezza della loro linea di sangue e delle loro tradizioni, ma che ha anche creato barriere sociali con i vicini, limitando l’integrazione e la comprensione reciproca.
Si chiudono le porte del tempio, sibila il suono di un flauto: ha inizio la cerimonia. Fare fotografie e video è severamente vietato, tanto che un corposo numero di guardie si incarica di controllare accuratamente la grande massa di persone che, oltre a riempire il cortile sacro del tempio, è arrampicata su tetti, scale, e ogni tipo di sporgenza circostante. Qualcuno ci prova, ma viene immediatamente fulminato con lo sguardo e poi redarguito con dito accusatorio puntato contro: i telefoni scompaiono in fretta. Dalla musica e i canti il rituale si scioglie, lasciando di nuovo libertà alle persone di muoversi e di avvicinarsi ai “monaci”, di fare video e foto: la gente è però principalmente attratta dal Sanjaq, uno stendardo sacro di ferro su cui bruciano, su più piani, le fiamme sacre. I fedeli vi passano le mani sopra, per poi toccarsi il volto, come a raccogliere un calore che viene dal profondo della loro storia, un fuoco purificatore che rappresenta la luce divina degli Angeli Sacri.
Fuori dal tempio esplode la festa e, trascinato da Haji, mi trovo immerso in una corrente di centinaia di persone che ballano, cantano, suonano, ridono. Nel giro di poco perdo l’amico Peshmerga, per essere letteralmente travolto da strette di mano, abbracci e benvenuti. Lalish ora mi ha affidato ad Amanda, una bimba di una decina d’anni che mi prende per mano per non lasciarmi più, diventando guida e accompagnatrice in un tripudio di incontri. Nelle due ore successive penso di aver stretto qualcosa come duecento mani. Mi offrono acqua, caffè, semi di girasole, scambio numeri di telefono, ricevo inviti, scattiamo fotografie a non finire. Il tutto senza nessuno, a parte Haji, capace di parlare una parola di inglese. Con un gruppo di bambini andiamo a vedere la bicicletta, un altro gruppo me l’avevano praticamente dovuto “sradicare” di dosso, perché presi dall’euforia avevano forse passato il limite della gestibilità. Su, giù, scale, portoni, nuovi incontri, nuovi benvenuti. Mi ritrovo di nuovo in mezzo ai balli, trascinato in un mulinello di tamburelli e sorrisi, finchè Amanda mi abbraccia e va dormire, e al suo posto arriva Rezan. Circa vent’anni, sogna di fare l’interprete: sa l’inglese! Tocca quindi a lui accompagnarmi, mentre la mia mandibola comincia seriamente a dolere, vittima di quei crampi che avevo conosciuto per la prima volta solo pochi giorni prima, causa un eccesso di sorrisi.
A mezzanotte le guardie e i soldati ci cacciano rigidamente via. Il sogno si spezza. Sembra di essere tornati bruscamente alla realtà. I militari mi cacciano letteralmente fuori dal villaggio, dicendo che non posso passare lì la notte. Ad ammorbidire il “risveglio” ci pensano allora tre amici: Zydan, Jovan e Saadi. Hanno assistito alla scena coi soldati e hanno deciso che non mi lasceranno andare via da solo. Andremo a cercare un posto per dormire insieme: devo solo aspettare un attimo, il tempo di smontare la loro tenda e recuperare le loro cose. Scendiamo così insieme verso l’ingresso, fino alla casa dei Peshmerga, dove montiamo l’accampamento su un praticello che è illuminato a giorno dall’immensa fiamma di un pozzo di petrolio. L’occhio di Sauron veglia su di noi, mentre i nuovi amici mi raccontano di loro. Jovan e Saadi nel 2014, per loro fortuna, erano in Kurdistan. Zydan no, lui era in Sinjar, nella sua terra. L’arrivo dell’ISIS fu brutale. Gli uomini del suo villaggio vennero giustiziati sul posto, le donne anziane uccise poco dopo, quelle più giovani rapite e trasformate in schiave sessuali. I più piccoli trasformati in bambini soldato. Zydan, con alcuni famigliari e amici è riuscito a scappare sul monte Sinjar, un luogo sacro per gli Yazidi, ma allo stesso tempo arido e torrido: “Sono stato sulla montagna per sette giorni”, mi racconta, “Senza cibo e senz’acqua. E’ stato terribile. Poi il PKK ha aperto un varco verso la Siria e siamo riusciti a scappare verso Zakho, nel Kurdistan Iracheno. Non voglio ricordare nulla di quei momenti”. Oggi vive con i due amici in uno studentato a Mosul, quella che fu la capitale dello Stato Islamico in Iraq, il centro di controllo delle carneficine subite dal popolo Yazida e non solo. Abitano in un appartamento condiviso con tantissimi altri ragazzi, dove la privacy è praticamente inesistente. L’emergenza abitativa è però qualcosa che lega quasi tutti gli Yazidi rimasti in Iraq. La maggioranza di loro, come Haji, vive ancora in campi profughi, tra tende e prefabbricati, soffocanti d’estate e gelati d’inverno, quando l’umidità imbeve le pareti e la muffa si mangia le lenzuola e l’arredamento.
La mattina mi intrattengo con i nuovi amici, con cui dividiamo la colazione. Il tempo trascorso con loro però mi fa perdere le ultime cerimonie della settimana, al che mi maledico, almeno in parte. Nonostante ufficialmente non succeda più niente, decido comunque di passare la giornata tra i templi, curioso di vedere come centinaia di persone smontino quella che è stata la loro casa per una settimana, si preparino a partire e salutino il luogo che nel loro cuore è il più importante al mondo, quello che finchè esisterà darà loro la speranza per combattere e sopravvivere.
Nel tempio principale incontro Helin, una ragazza con cui avevo ballato la sera prima. Ora intorno a noi c’è calma e silenzio, e così abbiamo modo di scambiare due chiacchiere. Helin, come Zydan, viene da Sinjar, la principale città dell’omonimo territorio, un luogo che in seguito agli anni sotto l’ISIS (2014-17) è stato praticamente abbandonato a se stesso: per entrare nell’area ci vogliono dei permessi speciali rilasciati dal governo iracheno, motivo per cui è molto difficile che le ONG straniere possano intervenire portando aiuti. In città mancano i servizi primari: non ci sono scuole e ospedali, non c’è acqua potabile e spesso manca l’elettricità. “Vorrei venire in Europa e studiare, studiare, studiare. Voglio studiare tantissimo. Noi Yazidi non valiamo niente per nessuno. Non abbiamo nessun diritto. La nostra città è mezza distrutta. Vengono sempre e solo un sacco di giornalisti e sempre per parlare del genocidio. E’ una vita triste”. Rimane con lo sguardo per un po’ perso nel vuoto. “Vieni a Sinjar?”. Ha 21 anni, il 3 agosto del 2014, il sabato nero, il giorno in cui l’ISIS ha travolto le vite del suo popolo per la prima volta, ne aveva appena 10. Non mi racconta altro di lei, lasciandomi solo immaginare quali dei vari possibili destini l’abbiano portata a essere ancora viva e libera. Mi chiedo davvero a quale prezzo. “Vuoi pranzare con me e la mia famiglia dopo?”.
Non la ritroverò più, ma le scale di Lalish mi portano tra le braccia di un’altra numerosa famiglia. Mi ritrovo così seduto a mangiare con trenta persone, tra zii, nonni, cugini e fratelli. “Nella nostra famiglia piaci a tutti!”. Sommerso da domande, vengo rimpinzato di cibo e bevande, coperto da una grande tenda bianca e rossa, seduto su degli splendidi tappeti. Con i ragazzi più giovani, dopo aver finito di mangiare anche tutto quello che rimaneva nei vassoi dei parenti più anziani, stiamo per alzarci. Vogliono portarmi a vedere gli angoli di Lalish che non ho ancora scoperto. Stiamo per muoverci quando arriva perentorio l’ordine della nonna: ”Eh no! Il çay!”. Il pomeriggio scorre guardando le persone andare via, con la mia ultima giovanissima guida, il piccolo Sipan di appena nove anni, e poi con l’ennesimo invito a merenda, che giunge quasi a dirmi “Non te ne andare. Non ancora”.
Il sole è calato, nel cielo ormai scuro è tornata a brillare con violenza la fiamma dell’olio nero. Lalish è ormai vuota, anche se il silenzio vibra ancora dell’eco pesante dell’energia e del movimento degli ultimi sette giorni di feste e cerimonie. Lentamente mi dirigo verso l’uscita, dove tornerò a mettermi i sandali e scenderò verso la tenda per la notte. Mi fermo nel piccolo minimarket all’ingresso per comprare qualcosa da stuzzicare, restio ad andarmene da questo luogo travolgente. Sto per pagare, ma l’uomo di fianco a me mi ferma. Paga lui. Ringrazio. Raggiungo le mie calzature e col cuore malinconico faccio i primi passi verso il mondo esterno. Nemmeno il tempo però di pensare al primo ricordo che mi porto via che arriva una bambina correndo: mi porta una manciata di semi di girasole. Mi riempie la mano con un sorriso e scappa di nuovo dalla nonna, sotto l’albero dove dormono da giorni. Mi inchino. Mi viene da piangere. Mi sono innamorato di un popolo.
Dopo qualche settimana sono finalmente di ritorno a Duhok, a casa di Kathleen. In sala trovo ad attendermi altri due ciclisti: Jakob, tedesco, e Burak, turco. Kath si dice particolarmente emozionata, non ha mai avuto due cicloviaggiatori come ospiti nello stesso momento, ora siamo addirittura in tre. E’ felicissima di creare incontri, fare nascere amicizie, far circolare consigli e informazioni. E’ bello anche per me, dopo tanto tempo, incontrare altri ciclisti, cugini di mondi lontani. L’incrocio tra noi finisce presto per aprire un argomento interessante, che riguarda molto noi viaggiatori di lunga data, ma che ha significati sicuramente più ampi. Nei tre personaggi rappresentiamo tre modalità molto diverse di rapportarci col mondo dei social, di raccontare e trasmettere quello che stiamo vivendo. Jakob non ne vuole sapere. Pubblica qualche post, qualche “storia” su Instagram, ma è profondamente contrario all’idea di fare video di quello che fa e di mettersi in mostra. Burak è l’esatto opposto, gira con una piccola telecamera che può riprendere a 360°, la tiene accesa di continuo per non perdersi nemmeno un momento, compreso mentre parla con noi. Io mi trovo forse nel mezzo. Raccolgo tante informazioni, cerco storie, scatto fotografie, ma limito il mio racconto a delle modalità meno “espansive”, meno istantanee e quotidiane rispetto a Burak. Su questo argomento ci sarebbe molto da pensare e da riflettere. Se da un lato è comprensibile che si possa cercare di trovare un modo per avere visibilità e quindi di conseguenza un possibile guadagno economico, dall’altro lato c’è il rischio di andare a influire in maniera decisiva su quello che sono la propria esperienza e il proprio vissuto. Burak sta ottenendo centinaia di followers ogni settimana, migliaia ogni mese, in Turchia sta diventando velocemente molto conosciuto. Ha però l’ossessione di riprendere tutto, con il rischio di creare situazioni finte e di rovinare la spontaneità delle persone che incontra. Come reagirà una famiglia curda o una indiana, trovandosi una telecamera puntata in faccia mentre parla con noi? Riusciranno a essere spontanei o cercheranno, anche inconsciamente, di vendersi per far uscire un video “positivo”? Come saremmo stati io e Jakob, al momento del saluto con Burak, se lui non ci avesse chiesto esplicitamente di abbracciarci davanti alla bicicletta e di dire determinate parole? Quanto quindi, possiamo credere, seguendo il viaggio di qualcuno, nella realtà di quello che vediamo? Certo, non possiamo che fidarci e sognare. Forse fa poca differenza per chi guarda da lontano. Ma per chi lo vive invece? Quanto alto è il rischio di guadagnare della fama e del denaro a discapito di esperienze umane più pure, irripetibili, e magari rimanendo con una domanda che resterà perennemente irrisolta: quelle persone che ho incontrato, erano davvero così o stavano rispondendo alle performance richiesta dal live mainstream? E addirittura noi stessi, siamo reali? Se forse, in un viaggio di tale difficoltà e silenzio, le cose più preziose sono la scoperta e la comprensione di noi stessi, quanto alto è il rischio di limitare questo “viaggio” dal momento che sappiamo di essere sempre ripresi, guardati e quindi giudicati? Siamo noi stessi se sappiamo che ci stiamo vendendo? E allora quanto vale la pena poter potenzialmente diventare conosciuti e guadagnare dei soldi, se poi rischiamo di compromettere i lati più profondi della nostra esperienza?
Allo stesso tempo, però, c’è chi dice: meglio “vendersi” in parte ma poter continuare a viaggiare, che rinunciare con la conseguenza che i soldi prima o poi finiranno e dovrò tornare a una vita stanziale, per guadagnarne altri. Tutto corretto. Allora rimane comunque la domanda: che senso ha rischiare di perdere lati tanto fragili e preziosi dell’esperienza, per poter stare in viaggio più a lungo? E’ più importante la qualità o la quantità?
Risposta: non lo so. Probabilmente è estremamente soggettivo. Ed è giusto che ognuno faccia come si sente. Non c’è modo giusto e non c’è modo sbagliato, e forse non c’è vero e non c’è falso.
A casa di Kathleen, con un po’ di ritardo, si presenta anche Leo. Lo avevo incontrato a Lalish, dove aveva partecipato all’intera settimana di cerimonie. Ci ritroviamo qua, nell’hub dei viaggiatori del Kurdistan iracheno. Leonid Plotkin, americano, ha poco più di 50 anni, e viaggia ininterrottamente dal 2006 (quasi 20 anni). Zaino, fotografia, trekking. Gira per il mondo cercando e raccontando eventi religiosi minori, poco conosciuti, per poi fare dei reportage destinati alla creazioni di libri. “La fotografia da un significato a tutto quello che faccio. Se non trovi qualcosa da fare, qualcosa in cui tramutare tutto quello che vivi, un significato, allora il rischio è che viaggiare diventi “scrollare”. Dopo un po’ nulla ti stupirebbe più, o perderebbe di valore. Così trovi la tua via, trovi quello che ti interessa e quello che puoi scartare. Non puoi vivere tutto in un mondo che è infinito. C’è un’infinita diversità di estetica, di filosofia e di storia.”. Parla a lungo e lentamente. Noi tre ciclisti ascoltiamo in silenzio. “Seguo il flusso e le porte si aprono. Bisogna solo essere capaci di vederle e poi il cammino viene da sé, automatico. E’ la mia vita, la mia unica vita. Non è che viaggio e poi torno a casa. No. Torno per salutare, ma la mia vita è questa”.
L’indomani Leo parte per il Nepal. Burak verso l’Iran, ma punta al lontano Giappone. Jakob è malaticcio e aspetta un altro giorno per muoversi, ma non ha piani, se non scendere verso la Giordania e l’Arabia Saudita per l’inverno. Poi si vedrà. Kathleen nel frattempo ha trovato per me qualche altra idea, e mi mette in contatto con Bazaar, uno Yazida che vive a Sharia (dove già ero andato nel tentativo di volontariato un mese prima) e che è a capo di una ONG. Kathleen mi dice che lavora nei campi dei rifugiati Yazidi, e che fa alcune cose con lo sport e che potrebbe avere bisogno di fotografie e video per nuove documentazioni. Quando lo incontro e visito la sede della sua organizzazione scopro però tutt’altro. La missione di Bazaar è una delle più complicate che si possano immaginare. Dal 2016, con la fondazione di KINYAT, Bazaar si è messo alla ricerca delle persone, principalmente ragazze e bambini, che dal 2014 sono state sequestrare dall’ISIS. A oggi ci sono ancora circa 2.700 dispersi (di cui si stima il 60% sia ancora vivo). In nove anni hanno liberato 56 persone. Il loro metodo agisce sottotraccia: operatori con false identità si infiltrano nei mercati digitali e nelle reti clandestine di contrabbando umano dell’ISIS per rintracciare vittime e negoziare riscatti. Bazaar mi mostra immagini di chat dello Stato Islamico, dove avviene la compravendita di donne e bambini. Prezzi, offerte, descrizioni della “merce”. Perché così vengono considerati. I muri sono un collage di volti, alcuni di cui ancora non si hanno notizie, altri dei quali si è scoperta la localizzazione. Trovare il luogo esatto in cui sono nascoste queste persone è però complicato, così come riuscire a dimostrare la loro identità Yazida (alcune sono in prigione con dei membri dello stato islamico). Moltissimi sono bambini che sono stati rapiti quando avevano appena uno due anni, e che ora sono ragazzini. Cresciuti in famiglie jihadiste, arabizzati e islamizzati, spesso non hanno memoria della loro origine yazida.
Un gruppo di fotografie mostra madri che sono ancora insieme ai propri bambini, probabilmente legate a un’altra tragedia silenziosa: quella dei bambini nati dalle violenze sessuali subite durante la prigionia. Per questi ‘figli del Califfato’, la vita rimane sospesa nel limbo. La rigida dottrina yazida, che prevede la nascita da entrambi i genitori per appartenere alla fede, ha posto la comunità davanti a un dilemma atroce. Nonostante le aperture del Consiglio Spirituale Yazida nel riaccogliere le sopravvissute, questi bambini rimangono tecnicamente degli esclusi: non sono riconosciuti come yazidi dalla loro stessa gente e, secondo la legge irachena, sono registrati d’ufficio come musulmani in quanto figli di padri (seppur stupratori) di fede islamica. Molte madri sono state così poste di fronte a una scelta disumana: abbandonare i propri figli in orfanotrofio per essere riaccolte nei villaggi, o restare con loro vivendo ai margini della società, in un esilio forzato che aggiunge trauma al trauma.
Ci spostiamo tra il suo ufficio e la sala operativa. Dall’alto della palazzina posso vedere il campo profughi, che è ormai talmente grande da aver sconfinato le recinzioni che inizialmente gli erano state messe intorno. Le tende e i prefabbricati si infilano come un flusso d’acqua anche tra le abitazioni “normali” del villaggio, in ogni spiazzo libero in cui è possibile tirare su qualcosa.
I muri della sede della ONG sono pieni anche di altri volti: quelli dei rapitori. Tra le lunghe barbe nere compaiono ciuffi biondi, occhi azzurri. Nell’ISIS si contano arruolati da almeno cento nazioni diverse, assetati di denaro e violento potere.
Parallelamente al lavoro di ricerca delle persone disperse, KINYAT compila infatti anche meticolosi archivi per identificare i carnefici. Analizzando ore di video propaganda e documenti interni all’ISIS, hanno creato un database di migliaia di volti.
Bazaar però non ha bisogno del mio aiuto. A livello di documentazione hanno già lavorato tantissimo negli anni precedenti, e per quello a cui stanno lavorando al momento le mie capacità sono inutili. Scendiamo quindi al pian terreno dove Bazaar ha la sua altra attività: un negozio di importazione e vendita di alcolici, come a sottolineare ulteriormente la lontananza dal mondo arabo.
Saltata anche questa possibilità, rientro a Duhok per capire quale sarà la strada del giorno dopo. Sicuramente devo mettere un po’ a posto Novella, la bicicletta, che negli ultimi giorni ha presentato i primissimi problemini del viaggio, poi penso di dirigermi verso Baghdad. L’Iran continua a inquinare i miei pensieri, rendendomi insicuro sulle scelte: proseguire anch’io verso sud, per un inverno tiepido e in movimento, con però il rischio di non poter attraversare l’Iran e rimanere bloccato giù tra gli Emirati, oppure risalire verso il Caucaso, per essere pronto per la fine dell’inverno ad attraversare il Mar Caspio verso l’Asia centrale?
Nirari, un ragazzo assiro (esistono ancora), si offre di mettermi a posto la bicicletta. Sistemiamo insieme qualche piccolo problema e la puliamo, per accorgerci a un certo punto che il portapacchi anteriore è spezzato. Non in uno, non in due, bensì in tre punti. Non posso pedalare. Nel giro di pochi minuti il cervello sta già creando piani e possibilità, ma la priorità è aggiustare Novella. Come fare intanto? Nirari, ennesimo personaggio di gentilezza superiore, mi offre la soluzione: “Scendi per l’Iraq federale in autostop/minibus, io tengo il tuo portapacchi e te lo faccio trovare aggiustato per quando torni”. Gratis. Impossibile offrirgli qualcosa in cambio, non accetta.
Un altro evento giunge come a dissipare ogni dubbio su quale sia la via: due giovani medici di Baghdad sono arrivati come ospiti a casa di Kathleen. Da lì ripartiranno per la capitale araba e mi offrono un passaggio. Accetto tutte le offerte.
Così, dopo una lunga giornata nel piatto e torrido deserto, dove ogni pochi km un checkpoint militare mi costringeva a tirare fuori il passaporto, a guardare occhi severi, mitragliatori e fucili di ogni tipo, arrivo a Baghdad. Pensando ai 500 km appena superati, non rimpiango troppo il fatto di non averli pedalati.
La capitale irachena è uno schiaffo in faccia, ricevuto da una mano pesante. Enorme, trafficatissima, rumorosa: viva. Cani, carretti, cavalli, un mondo caotico spezzato solo dal grande fiume Tigri, avvolto da un cielo sabbioso. Delle navi arenate sugli argini fanno da trampolino ad alcuni coraggiosi ragazzi, che si tuffano nell’acqua color terra e nuotano ad ampie bracciate. Forse inconsapevoli, forse semplicemente che se ne fragano. E’ il 18 ottobre e ci sono 36 gradi. Le zone intorno al centro appaiono piuttosto ordinate, con palazzi più grandi, stradoni, colate di cemento relativamente nuove. La parte più vecchia invece racconta migliaia di storie anche allo sguardo più superficiale: palazzi crollati o bruciati, vetri rotti, balconi sfondati, colpi di proiettili, cannonate, mortai. Edifici “morti” da cui spuntano panni stesi. In mezzo non c’è nessuno che si fermi, non c’è un metro che non sia rinato, o che abbia continuato a vivere. Bancarelle e venditori in ogni angolo, gente che fa di tutto e gente che non fa niente, che sta semplicemente lì a fare numero. Nonostante si senta lo stress da grande città, le persone sono accoglienti e gentili anche qui. Un europeo che cammina è sotto l’occhio di tutti, e sono in tantissimi a fermarmi e chiedermi chi sia. Dei ragazzi mi accompagnano in giro sul loro carretto trainato da un cavallo, mentre vanno in una zona di magazzini a recuperare sacchi che dovranno caricare su dei camion, in un’altra zona del centro. Un gruppo di bambini mi trascina per i vicoli del loro quartiere, dove circondato da un muro sgretolato da colpi di proiettili, un anziano annaffia il cemento che ha di fronte, forse speranzoso di avere un po’ più di fresco. Dove l’ombra si presenta intimorente, capita spesso di trovare un sorriso interessato, qualcuno che esce da una porta scolorita e ti chiede di scattare una fotografia. Durante la sera salta spesso la luce, ci sono grandi blackout che abbracciano interi quartieri nel buio. Mi aggiro per le strade dove qualche neon fosforescente continua a brillare, tra il rumore della vita che va avanti. Un gruppo di bambini siriani mi ferma e mi chiede: “Cosa ci fai qui? L’Iraq è un brutto posto, torna in Europa, non stare qui”. E’ facile essere affascinati da un luogo del genere, se non è a te che tocca viverci.
Tra le strade mi ci perdo e ci trovo gusto a farlo, luoghi che sulla mappa sembrano a due passi nascondono invece ore di cammino. Sto rimanendo senza cash e in Iraq le carte di credito non funzionano né per pagare né per ritirare, se non in fortunati casi. Nel sud non cambiano le lire turche di cui ho fatto scorta. Devo sperare nei couchsurfing. Raggiungo il terminal dei trasporti, e dopo aver rifiutato proposte di taxisti che mi chiedevano cifre degne del portafoglio di John Lennon, trovo un minibus che costa dieci volte di meno. Vado a Najaf, la città sacra più importante di tutta l’Iraq per i musulmani sciiti, la terza nell’intero mondo dopo La Mecca e la Medina. Qui riposa Alī ibn Abī Ṭālib, primo Imam per gli sciiti, circondato da un immenso santuario ornato di decorazioni, oro e specchi che rifrangono la luce in un milione di frammenti. Entrare nel Santuario dell’Imam Alī è come farsi ingoiare da un caleidoscopio divino. I pellegrini si muovono lenti, toccano le sbarre d’argento del Zarih, pregano in un sussurro collettivo che sale verso le cupole come un respiro solo. Alcuni piangono, altri tengono i bambini sollevati perché possano guardare dentro, ancora più vicini alla tomba.
Mi lascio trascinare dalla corrente di fedeli, ma quando mi avvicino ai luoghi di preghiera mi metto in disparte e osservo. L’aria è densa di qualcosa che sfugge ai sensi, che non si può vedere né toccare, eppure si avverte con una chiarezza assoluta. Comincia la preghiera del tramonto. I fedeli sono centinaia. L’oro della grande cupola si mescola all’azzurro sempre più scuro del cielo, spezzato dalla luce del santuario. Gli uomini si muovono in sincrono, un’enorme piazza dove tutti ripetono lo stesso gesto nello stesso istante, guidati dalle parole e dai canti del Muezzin. Sono con Kapo, un cicloviaggiatore francese con cui mi sentivo da qualche giorno ma con cui ormai avevo perso la speranza di incontrarmi, pensando fosse da tutt’altra parte. Mi è apparso invece davanti all’ingresso del Sahn, il cortile intorno alla moschea, mentre la sicurezza mi tratteneva per la seconda volta dopo che un poliziotto mi aveva sorpreso a fotografare con la macchina fotografica. Per due volte mi è stata sequestrata, per due volte restituita dalle guardie del santuario, con tanto di: “Scusa, non conosce le regole. Ci dispiace, vai pure”. Un paradosso: se nell’area del cortile sarebbe permessa, dentro la moschea è severamente vietata. Con il telefono, invece, si può.

Mistero.

Ammutoliti usciamo da quel luogo magico, accompagnati in maniera vivace da uomini della sicurezza muniti di piumini per la polvere, che usano per far muovere il flusso e far spostare chi è in posizioni non adatte.
Con Kapo andiamo a mangiare qualcosa, temporeggio nell’attesa che l’uomo che mi ha accettato su couchsurfing dia segnali. Da due giorni mi risponde con estrema lentezza e, nonostante abbia già detto di sì, continua a non dirmi dove vive e quando posso andare. Finisco per condividere la camera d’albergo con l’amico francese.
Al mattino il quarto piano dell’hotel vibra sotto il ritmo di Eros Ramazzotti e i Ricchi e Poveri. Kapo è innamorato di tutto quel genere di musica italiana e non si fa problemi a spararlo a tutto volume dal suo speaker mentre prepara la colazione. La porta e i muri sono sottili e la musica dilaga facilmente al di fuori, risultando udibile fin da dentro l’ascensore. Kapo riparte verso sud in bicicletta; io, dopo una visita all’enorme moschea della vicina Kufa, torno a perdermi a Najaf, ritrovando il dedalo della città vecchia, dove scopro finalmente le librerie sotterranee, incastrate tra ammassi di pietra di palazzi che stanno su grazie a pali di ferro e a non si sa quale grazia divina. Tra i fitti scaffali e i tavoli di legno, pile di libri sacri reggono al tempo come antiche colonne, racchiudendo la forza della conoscenza, della filosofia e della spiritualità, di cui la città si fa tramandatrice. Najaf ospita infatti la Hawza, la più prestigiosa università teologica del mondo sciita, fondata intorno all’anno 430 del calendario islamico (XI secolo d.C.) e oggi guidata dall’ayatollah Ali al-Sistani.
Uscito dall’ombra delle labirintiche strade del sapere, ritorno alla luce accecante del Santuario di Ali. Varcato l’imponente ingresso sul lato ovest, mi trovo nel cortile dedicato a Fatima al-Zahra, figlia di Maometto. È un complesso immenso, una vera cittadella nella città, pensata per accogliere e servire i pellegrini. E come uno di loro vengo subito indirizzato alla mensa per il pranzo.
Najaf, però, non è solo il Santuario e l’università. La città, infatti, si estende intorno come un mantello grigio e polveroso, ma appena giri l’angolo trovi il Wadi-us-Salaam, la Valle della Pace: il cimitero più grande del mondo. Per chilometri, fino a perdita d’occhio, tombe. Non quelle ordinate dei nostri cimiteri occidentali, ma un intrico fitto di lastre, mattoni, cupole minute, alcune decorate con tessere verdi e oro, altre spaccate, dimenticate. Qui gli sciiti di tutto il mondo vengono a riposare, per risorgere vicino ad Alī nel Giorno del Giudizio. Ogni tanto qualcuno prega in solitudine accanto a una fossa fresca, o una famiglia si raduna per l’anniversario di una morte lontana. Sembra una città abitata, ma i vivi qui sono solo di passaggio. Si stima ci siano più di sei milioni di fedeli sepolti, mentre tra i 50mila e i 100mila si aggiungono ogni anno.
Continuo a tuffarmi e a riaffiorare dalla città vecchia, dove puntualmente ricevo in regalo dolci e spremute di frutta in cambio di qualche foto.
Passeggiando, incrocio i turban neri dei Sayyid, i discendenti del Profeta, che attraversano i vicoli del bazar coperto. Nelle vetrine, accanto ai dolci rituali e al tè, spiccano le collane con l’effigie dell’Imam Khomeini, guida suprema dell’Iran, e di Alī al-Sistani. Il suo volto serio, quasi severo, occhieggia da ogni negozio di libri religiosi.
La sera, quando il sole cala sul deserto e la cupola del santuario si accende prima di rosa, poi d’oro, capisci perché questo luogo sia magnetico. L’aria si riempie del richiamo alla preghiera, amplificato dagli altoparlanti che si rincorrono da un minareto all’altro. I fedeli si lavano piedi e mani alle fontane, poi si perdono dentro quel mare di luce. Io mi allontano lentamente, diretto al minibus che mi porterà a Karbala, la seconda città sacra irachena.
Mentre cammino sull’asfalto ancora caldo, vengo fermato da svariate persone per un saluto e una fotografia. Arrivo a un incrocio tra i più grandi e caotici della città, talmente confusionario da richiedere la presenza di vigili che lo dirigano. Eppure, anche loro, appena mi vedono, mollano il loro incarico per venire a scattarsi dei selfie con me e porgere i propri saluti, lasciando le auto in una polverosa anarchia.
Nelle sfumature blu del cielo corro lungo gli 80 chilometri che separano le due città e che ogni anno vengono percorsi da circa 20-25 milioni di pellegrini, nel sacro pellegrinaggio dell’Arba’in, l’evento religioso più grande al mondo.
Giungo quando dall’oscurità della notte si sprigiona un’onda di luci colorate e clacson, di odori di cibo e smog: sono a Karbala. Supero il primo livello di controlli, quello che, come a Najaf, mi permette di entrare nella città vecchia. Entrambe le città obbligano a continui passaggi per metal detector e perquisizioni, divisi in tre step, man mano sempre più severi e restrittivi: quello per la città vecchia, quello per l’area circostante ai Santuari e quello infine per l’ingresso nelle moschee. La tensione e la paura di attacchi terroristici sono sempre alte, tant’è che anche per le strade un sostanzioso numero delle persone che vi circola sono poliziotti in borghese.
Giungo nel mio hotel, dove il wifi funziona solo nella hall d’ingresso, costringendomi a fermarmi lì per un po’ per rispondere ai vari messaggi. Con lo scorrere dei minuti iniziano a raggrupparsi sempre più persone, finché a un certo punto mi trovo completamente circondato da delle anziane signore. Capisco subito che non sono irachene, perché nonostante l’hijab, mi guardano, e dopo un po’ cominciano addirittura a parlarmi. Senza avere una lingua in comune riusciamo a capire che io sono italiano e loro iraniane. Sono un gruppo di pellegrini venuti in visita alle città sacre. Nel giro di pochi minuti si aggiungono anche altre donne e gli uomini. Mi alzo per fargli spazio, ma mi invitano a sedermi per terra sui tappeti in mezzo a loro. Munito di microfono e amplificatore, a poco più di un metro da me, l’Imam comincia la preghiera. Il volume è altissimo, colpisce i timpani tanto da far vibrare l’intero corpo. Le persone a me intorno cominciano a seguire i canti, colpendo ritmicamente le mani sul petto. Improvvisamente, uno dopo l’altro, cominciano a singhiozzare, per poi crollare in un pianto disperato. Le donne nascondono il volto dietro il velo, gli uomini tra le mani. Rannicchiato su me stesso, in un piccolo spazio tra queste persone, rimango immobile quasi trattenendo il fiato, senza capire una parola di quello che l’Imam dice, ma in balia della tormenta spirituale. Quando gli uomini e le donne intorno a me smettono di piangere, senza sapermi dire assolutamente perché, scoppio anch’io in un pianto silenzioso.
I pellegrini mi invitano a cena. Parlare è molto complicato, ma la cortesia spesso non ha bisogno di una lingua in comune. Due ragazze del gruppo, intanto, continuano a guardarmi lanciando sorrisi e risatine. Una sorta di flirt, qualcosa che non mi capitava da ormai due mesi, e che di certo non mi aspettavo di vivere qui.
La storia di Karbala risale al 680 d.C., quando al-Ḥusayn, nipote del Profeta Maometto e figlio di Ali, si scontrò con l’esercito del califfo omayyade Yazid. Husayn venne ucciso insieme ai suoi fedelissimi in un massacro che per gli sciiti rappresenta il simbolo eterno della lotta contro l’ingiustizia. Qui sorgono il suo Santuario e quello dedicato ad Al-Abbas ibn Ali, fratellastro e fedele alfiere di Husayn. In questi luoghi vengo guidato da Hussein, un ragazzo che ho contattato su couchsurfing, che non può ospitarmi ma che si offre di accompagnarmi per la città. Nelle moschee mi lascia nelle mani di un altro uomo: il direttore di tutta la zona del Santuario. Una delle cariche più importanti e di profonda conoscenza di tutta Karbala. Seguito da altre cariche organizzative e da un fotografo mi accompagna per il museo dove sono stati raccolti i preziosi regali che re, principi e persone importanti hanno portato in dono al santuario nei secoli precedenti. Doni per Allah: spade, fucili, porta candele, piatti, collane, tessuti. Mi ha raccontato della folle guerra di Saddam Hussein, che nel 1991, in un periodo di furia e repressione verso il mondo sciita, fece sparare sulle moschee. E poi accompagnato alla cripta di Al-Abbas, dove mi ha lasciato per perdermi negli sciami dei fedeli e nella profondità di quel luogo di sacralità e meravigliosa architettura. Hussein mi ha poi invitato a casa per il pranzo, dove ho conosciuto la moglie Sarah, alla quale, per primo istinto, mi è venuto da dare la mano. Ho velocemente capito che dovevo ritrarla, non abbastanza però da evitare le parole di Hussein: “Qui non si usa dare la mano. Solo io posso toccare mia moglie”.
Da settimane, con mia madre e mia sorella, ma anche con persone incontrate sulla via, mi ero trovato a parlare della figura della donna in Iraq. Le ombre che si muovevano per Najaf, alle quali il burqa spesso non lasciava vedere nemmeno gli occhi, mi avevano colpito molto. La frase di Hussein su sua moglie è stata un altro alito di vento su un fuoco di domande e riflessioni già ardente dalla Turchia.
Nel “mondo occidentale” è evidente che siamo sempre meno abituati alla spiritualità, che le dinamiche della fede e del cieco amore per Dio siano qualcosa di ormai incomprensibile, lontano. Concetti come rinuncia, sacrificio e devozione hanno perso il loro significato e il loro valore, se associati alla fede religiosa. Ovviamente non è un discorso che vale per tutti, ma probabilmente per la maggioranza di noi. Concepire quindi che qualcuno possa vivere in un modo tanto “estremo”, ci fa cadere in un cortocircuito di incomprensioni, dove ai nostri occhi i concetti di libertà e diritto vengono facilmente a meno. Ma cosa significa libertà? E cosa sono i diritti? Chi di noi può dire di avere la verità assoluta, di sapere quale sia la forza che controlla il mondo, di conoscere il modo giusto di vivere? Chi di noi sa con esattezza che Dio esiste? E chi il contrario? In ogni terra e in ogni cultura le risposte saranno diverse. E’ quindi fondamentale fermarsi e osservare, conoscere, cercare di comprendere, molto prima di giungere a qualsiasi conclusione.
Come in tutti i mondi, però, la purezza è tale solo in parte, macchiata senza via di fuga dalla corruzione che la vita in sé si porta appresso. Davanti a ognuno di questi mondi, inoltre, se l’astensione dal giudizio è parte essenziale della conoscenza stessa, non ci si può nemmeno privare del porsi delle domande. E in questo caso io mi chiedo: qual’è il limite tra l’amore divino, e quindi la legittima rinuncia a tante “libertà”, e quello che invece cade nei labirinti del mondo umano, dove la fa da padrone la fame per il potere? Ovvero: quanto c’è Dio nella posizione della donna (e degli uomini) musulmana, e quanto invece una comoda posizione di controllo su di essa e su tutta la sua quotidianità?
La carne è debole, la mente anche. In tutto il mondo la brama per la donna è motore in eventi, la gelosia arde nelle vene di culture lontane migliaia di chilometri, con divinità e credo diversi. La possessività colpisce chi più, chi meno: ma quanto è comodo non dover nemmeno confrontarsi, discutere ed eventualmente scegliere insieme quali dinamiche avere tra marito e moglie? Molto più comodo, molto più facile, avere delle rigide regole prestabilite e galleggiare sui propri privilegi (discorso che può essere valido per tantissime dinamiche di ogni “mondo”, occidentale compreso. Anche se nel negativo è sempre più facile giudicare gli altri che noi stessi).
In sintesi: probabilmente tutto l’insieme di queste usanze fluttua tra due mondi quasi opposti, che però sono profondamente mescolati tra loro, ormai in maniera molto difficile da riconoscere. La risposta sta in ogni singola persona, in ogni famiglia, in ogni villaggio, città e paese. Solo la donna sa come si sente, se è innamorata di Dio o se soffre il peso della società. Lo stesso vale per l’uomo. Il vero ostacolo è: quanto è libera ogni persona di dire a se stessa qual è la ragione per cui vive?
Dopo essere stato pizzicato per l’ennesima volta da un poliziotto mentre scatto una fotografia, rinuncio ad avere immagini di Karbala e mi rimetto in marcia verso nord. Kapo, a Najaf, mi ha salvato dal dover vivere un’avventura molto più complicata, dandomi 100 euro cash (che gli restituisco online), e così posso prendere un altro minibus. Da Karbala salto a Baghdad, da lì riprendo la strada che mi porta a Mosul. Lungo il viaggio, se l’infinito numero di checkpoint e controlli non bastasse, subisco anche un vero e proprio interrogatorio da un uomo seduto appena dietro di me: è un po’ stizzito dal tempo che, in quanto straniero, faccio perdere a ogni stop. Un anziano senza denti traduce alla “bella e buona”, mentre quattordici occhi rimangono ininterrottamente puntati su di me per un’interminabile quantità di minuti. Le solite domande di sempre, poi i capelli lunghi, gli orecchini, il piercing. Quanto costa quello, quanto vale quell’altro. La cosa inizia a farsi stressante, anche perché le modalità dell’uomo non sono di certo riservate e rispettose. Dopo l’ennesima occhiataccia e un’altra mezza risposta, finalmente tace. Mi guarda e fa il gesto della zip sulla bocca. Il vecchio col compito di traduttore sembra il più sollevato di tutti nel potersi assolvere dal proprio compito.

Dopo nove ore di viaggio, il minibus mi lascia alle porte della città. Il mio hotel è a circa un’ora di cammino, ma rifiuto ogni offerta da parte dei taxisti che si lanciano su di me come avvoltoi. Ho bisogno di aria, di silenzio, di muovermi: di capire dove sono.
A Mosul, a prendersi cura di me e a portarmi in giro, è Mustafa, un altro ragazzo trovato su couchsurfing che mi attende fuori dall’hotel in una vecchia macchina bianca del ’91. All’andata, scendendo verso Baghdad, attraversando la città mi aveva fortemente colpito il numero di militari e poliziotti armati per le strade: una pattuglia o un avamposto ogni poche centinaia di metri. Con Mustafa invece scopro il lato più umano, quotidiano e vivo dell’ex capitale dello Stato Islamico. Mustafa ci tiene particolarmente a farmi conoscere varie persone simbolicamente importanti, soprattutto tra gli uomini più anziani e rispettabili. Il primo che mi presenta è Noor Al Deen, un artigiano che lavora il rame e l’ottone, il quale ha avuto l’onore di ricostruire la cima del minareto pendente, simbolo della città, distrutto dall’ISIS. Subito dopo incontriamo Ismail, un apicoltore la cui famiglia porta avanti il mestiere da tre generazioni. Durante la guerra il suo piccolo negozio, incastrato tra le lamiere del bazaar, è stato distrutto. Pian piano però lo ha ricostruito ed è tornato a far vivere la sua storia fatta di miele pregiato. Tra palazzi semidistrutti e altri ricostruiti attraversiamo il mercato del pesce, per poi sfociare nel cuore della città vecchia. Tra queste vie, durante l’assedio delle forze americane, irachene e curde, si era insediato in maniera profonda l’ISIS, sfruttando gli stretti passaggi come protezione. Nonostante la tattica di riempire ogni palazzo occupato con diversi civili, sperando così di fermare i bombardamenti nemici, la città vecchia risulta tutt’oggi un ammasso di macerie. Gli abitanti di oggi sono prevalentemente branchi di cani randagi, mentre l’ombra delle gru cade dai quartieri circostanti in un intenso fragore di martelli e ruspe.
Mustafa mi guida all’interno di alcune case distrutte. Spesso appare la scritta “safe”, a indicare una zona ripulita dalle bombe inesplose. Mi chiedo: “E in tutti i luoghi dove non c’è scritto…?”.
Mentre scavalchiamo ammassi di pietre e muretti sventrati, mi racconta degli anni della guerra, in cui era un adolescente: “Io vivo nel lato est della città, che è quello liberato per primo. Per quasi due anni però non sono praticamente uscito mai di casa. Guardavo film, leggevo libri, ho imparato l’inglese. Fuori era troppo pericoloso, anche per un arabo. Non hai la barba abbastanza lunga, non hai i vestiti giusti: un modo per arrestarti lo trovavano facilmente. Non era nemmeno difficile essere ammazzati per poco, giustiziati lì, per strada”.
Durante l’occupazione la città è stata buia come mai prima: una casa illuminata significava una casa abitata da qualcuno di potente, e quindi probabile obiettivo dei cacciabombardieri. Così, per quasi tre anni, gli abitanti di Mosul hanno passato le notti riuniti al buio, a volte godendo del chiaro di luna per chi, più fortunato, aveva un cortile. Altre, semplicemente avvolti dal terrore dell’oscurità.
Visitiamo la grande moschea e poi procediamo per altre stradine, fino a quando Mustafa mi dice: “Qui dietro c’è un angolo che sembra di essere in Italia!”. Effettivamente concordo, ma la cosa che mi sorprende di più è che proprio lì, in quel piccolo spiazzo, c’è addirittura un gruppo di italiani. Li riconosco da lontano, senza nemmeno sentirli parlare. Mi avvicino e tento un “ciao”. Nel luogo più inaspettato, mi ritrovo a bere un caffè con dei connazionali, che sono con un viaggio organizzato di una settimana in giro per l’Iraq. Bello e straniante allo stesso tempo: mi sembra di essere parte dello stesso mondo e allo stesso tempo di vivere in due diversi. Cosa ci fanno nel “mio”?
Mustafa mi lascia per andare a casa, ci diamo appuntamento a più tardi. Per lasciarlo andare in serenità gli mento, dicendo che anch’io tornerò a riposare all’hotel. Il suo senso dell’ospitalità lo porterebbe a proseguire con me, se volessi stare ancora per strada. Torno nella città vecchia. Questa volta voglio girare da solo, o lasciare che il fato mi porti a nuovi incontri casuali. E così, poco dopo, è una banda di bambini ad arruolarmi. Esaltati dalla mia presenza mi trascinano tra le vie, dove in alcune parti alcune case vivono ancora, tra le quali le loro. Un amico esce da una porta per accompagnare il cane a fare pipì, come nella più normale delle situazioni. Poi ci dirigiamo verso il Tigri, dove dall’alto degli argini e in mezzo ai grandi cantieri di ricostruzione, andiamo a lanciare sassi verso le torbide acque colme di alghe. Il ritmo però è infantile, e presto ci troviamo di nuovo tra le rovine della città vecchia, dove prima scappiamo da un branco di grossi cani inferociti, per poi passare al contrattacco con sassi e bastoni. Ora siamo noi a corrergli dietro. Sembra assurdo vivere una battaglia in un luogo del genere, ma da piccoli si può giocare davvero a tutto, e l’unico mondo che esiste è quello che si ha. Ogni tanto, dietro un angolo dove corriamo, compare un cartello: mine inesplose, non passare. I sassi finiamo per lanciarceli anche tra di noi, per poi, in punta di piedi appesi sotto la finestra, spiare il bar dove i più grandi possono giocare a biliardo. Le categorie sociali devono essere più evidenti di quanto io possa riconoscere, oppure la banda di bambinelli è più famosa e malfamata di quanto io sappia: fatto sta che in più di un’occasione il gruppo viene allontanato, che sia dal bar del biliardo o da altri negozi lungo le strade.
Li perdo quando vengo invitato a visitare un palazzo governativo dove i civili si nascondevano durante l’assedio, e dove i colpi di mortai e cannoni non hanno avuto pietà dei piani superiori. Infine ritrovo Mustafa, con il quale mi godo le ultime ore serali. Le strade, anche di notte, sono piene di bar affollati. Chi a bere tè, chi a giocare a carte o a chiacchierare: Mosul è estremamente viva. E le luci accese sono tantissime.
Ripartire da Mosul risulta più complicato di quanti pensassi. Per tornare a Duhok, che dista nemmeno 80 chilometri, cerco di fare l’autostop, ma l’esperienza si dimostra letteralmente ridicola. Quasi comica. Tante persone si fermano per aiutarmi, ma il concetto di quello che sto facendo è semplicemente incomprensibile. C’è chi mi carica per portarmi in una zona “migliore”, che si rivela meglio solo da un punto di vista sociale-architettonico, piuttosto che buona per trovare un passaggio. Altri, senza aver capito, mi portano dove partono i taxi. Qualcuno mi accompagna per il gusto di fare due chiacchiere con uno straniero. In una pizzeria mettono musica italiana a tutto volume e mi offrono il pranzo, ma i ripetuti aiuti successivi continuano a non fare altro che farmi girare in tondo. All’ennesimo passaggio che mi riporta indietro, a una fermata dei taxi collettivi, con il sole ormai in direzione dell’orizzonte e le energie semi prosciugate, decido di mollare. Prendo il collettivo.
Sono sulla via per Duhok, verso casa di Kathleen, quella che in Iraq ormai sento davvero come “casa”. Questo paese, però, mi ha insegnato che nemmeno mentre dormo posso essere estraneo a vivere sorprese, figuriamoci durante il giorno. E così anche negli ultimi chilometri, dove ormai mi sono rilassato e non penso ad altro che al divano, si nasconde un ennesimo capitolo.

“Sei fidanzato?”

Seduta di fianco a me, nei sedili posteriori, c’è una donna completamente vestita di nero. Venendo da Mosul, dove di donne non ricordo di averne praticamente viste, rimango spiazzato da tanta intraprendenza. Si chiama Nur, e scopro essere curda, il che spiega la confidenza che ha nel parlare con un uomo sconosciuto. Parliamo col traduttore, un po’ perché non sa l’inglese, un po’ per non farci scoprire da chi siede davanti. “Ti piacciono le donne curde? E ti fa piacere parlare con una donna musulmana? Che effetto ti fa? Cristiani e musulmani siamo uguali, siamo umani, siamo fratelli”. Mi racconta di avere quattro figli. Il più piccolo vive a Mosul col padre. Gli altri tre, ormai adolescenti, sono in Germania, dove lei ha vissuto per dieci anni. Il suo permesso di soggiorno però è scaduto ed è stata mandata via. I figli sono stati affidati ai servizi sociali e non li vede da due anni. Ormai abituata alla vita tedesca, odia stare in Iraq, non vede l’ora di andarsene, di tornare a sentirsi “libera”. Ma, soprattutto, di tornare a stare con i suoi figli. Tra le varie chiacchiere mi invita a casa a conoscere il padre e i fratelli, al che accetto, e così, una volta arrivati a Duhok, scendo con lei.
In casa vengo accolto come un figlio: Baba, il padre, mi riempie di baci sulla testa. Continuerà a farlo per tutto il tempo che resterò con loro, aggiungendo baci sulla spalla, abbracci e sorrisi. E’ piuttosto alto, con una lunga barba bianca che nasconde uno sguardo profondo e sincero. Conosco Zeid, il fratello di Nur, che torna dal lavoro. Fa il meccanico, ed è ormai l’unico a mantenere tutta la famiglia, con pochissimo soldi. Si presentano anche Dunia, sua moglie, e Musah, loro figlio che proprio oggi compie tre anni. Baba intanto continua a portarmi cose: mi veste con una giacca, mi mette cappelli vari, mi regala una collana. La casa è molto umile. E’ costruita intorno a un cortile, e consiste in una camera da letto, un piccolo bagno, una lavanderia con la doccia, una cucina, una sala e un magazzino. Nessuna delle abitazioni è collegata con un’altra, si è quindi costretti a uscire ogni volta per passare da uno spazio all’altro. Penso all’inverno, quando sulle montagne intorno non è difficile che nevichi.
Ceniamo insieme e come d’usanza mi fanno mangiare esageratamente. Poi usciamo, vogliono portarmi ad assaggiare altre cose. La macchina di Zeid è il classico scassone da film, estremamente stereotipato, con la marmitta che scoppietta, rumori sinistri del motore, ed eccessivamente più casino che velocità. Il mio stomaco inizia a soffrire, le domande ritornano ciclicamente: “Sei sposato? Ti piacerebbe sposarti con una donna curda?”. Non sazi ci fermiamo a prendere una torta per Musah, che mangiamo appena prima di andare a letto. Quando mi accosto, ho l’impressione di sentire il cibo uscire dal naso. Baba, al solito, è estremamente tenero: mi da tre materassi, tre cuscini, e due coperte. Mi porta anche dell’acqua da bere. Essenziale, dal momento che passo la notte a sudare. La mattina si ricomincia da dove avevamo finito. Uova fritte nel grasso d’oca, per una mega colazione degna di un ospite. Nur riattacca: “Ti va di andare a bere un tè o un caffè insieme nei prossimi giorni e conoscerci? Se stiamo bene poi potremmo andare in Germania insieme”. Molto gentilmente le spiego che da lì a due giorni ripartirò, che vivo su una bicicletta e che la mia casa è una tenda. Non sto andando in Italia e tantomeno in Germania. Non sto nemmeno andando in Europa, ma verso l’India e ne avrò almeno per i prossimi due anni. Forse di più. Ci rimane male, ma sembra mollare il colpo. Poco dopo usciamo tutti insieme: andiamo in centro a comprare la carne che Baba, tutti i giorni, porta a dei cani randagi. Mentre Baba e Zaid sono in negozio, noi li aspettiamo in macchina, e questa volta è il turno di Dunia di attaccare con la tiritera: “Sei sposato?”. Oddio. “Ti piacerebbe stabilirti da qualche parte? No!? Perchè non provi a conoscere Nur e vedere come va? Magari stai bene e andate a vivere in Germania insieme”. Aiuto. Ho dormito poco e la pressione inizia a essere impegnativa, anche perché del resto sono estremamente carini, e perché comunque la storia di Nur è difficilissima e mi tocca fortemente. La mia generosità, però, non arriva a tanto. Per fortuna gli uomini arrivano e si riparte. Raggiungiamo lentamente l’area dove stanno i cani, mentre in macchina è leggermente salita la tensione, dovuta al mio rifiuto. Baba scende e inizia a fischiare. Siamo in una zona di un mercato di periferia, con enormi cumuli di immondizia. Da vari fossi e da accumuli di legna e lamiere inizia a spuntare una marea di cani. Baba fischia, i cani appaiono, corrono, lo festeggiano. Ne conto una ventina, quasi tutti di grossa taglia.
Torniamo a casa. E’ la volta buona che ci salutiamo. Rimarrò solo con Baba e Zaid, che vogliono aiutarmi ad aggiustare il portapacchi, che purtroppo Nirari, l’amico assiro, non è riuscito a far sistemare. E’ fatto di alluminio, e ci vuole una saldatrice fatta apposta, molto poco comune. Lungo la via ci fermiamo da un meccanico, dove vogliono far vedere la macchina prima di accompagnarmi a casa. Ci fermiamo per un po’, al che scendo anch’io dalla vettura e mi siedo tra i meccanici curdi. Nemmeno il tempo di distrarmi che il meccanico mi si siede davanti e parte, anche lui: “Sei sposato? La fidanzata? Perchè non ti trovi una moglie curda? Dovresti!”.
Nessuno riesce a sistemare il portapacchi, ma il saluto con Baba e Zaid è molto caloroso e sincero.
Il “guasto” però apre il futuro a nuovi scenari: è la terza volta che arrivo in questa casa e ogni volta sono stato più a lungo di quanto pensassi.
Quanto ci resterò questa volta?
Intanto, però, sono di nuovo sul divano. Finalmente.

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Le Immagini

1 – Najaf, Iraq

2 – Lalish, Kurdistan Iracheno (KRG)

3 – Mosul, Iraq

4 – Ranya, KRG

5 – Sulaymaniyya, KRG

6 – Sulaymaniyya, KRG

7 – Lago Dukan, KRG

8 – Lago Dukan, KRG

9 – Lalish, KRG

10 – Karbala, Iraq

11 – Najaf, Iraq

12 – Baghdad, Iraq

13 – Canyon di Rawandiz, KRG

14 – Mosul, Iraq

15 – Baghdad, Iraq

16 – Baghdad, Iraq

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