Lasciare casa di Kathleen è più triste di quanto avessi mai creduto. Per giorni e giorni tutto cerca di ritardare la mia partenza. Il portapacchi, che trova il saldatore giusto solo quando sono ormai con un piede sul pedale. L’influenza che mi colpisce. Le tonnellate di fotografie su cui lavorare che non finiscono mai. Nilde, una piccola gattina a cui Kathleen mi ha chiesto di scegliere il nome, che cresce lentamente accoccolata nella mia felpa, appoggiata sulla pancia calda. Kathleen stessa trova ogni giorno una scusa per cui sostiene che non sia assolutamente saggio che io vada. Non ancora. Dopo un’ennesima settimana, però, vado.
Lasciare Duhok significa chiudere una serie di capitoli del viaggio tutti insieme. Kathleen e Nilde, l’Iraq e l’estate. Significa ufficialmente cominciare ad affrontare l’inverno, uno dei più grandi dubbi che tutto il progetto mi ha presentato.
Tornare a pedalare è bellissimo. Le temperature sono perfette, di poco sotto i 30 gradi. Di notte la luna piena splende sui campi dorati tra le montagne. La gente continua a essere meravigliosa, mi riempie di frutta e bibite, mi ferma per il pranzo. Alle porte dell’ultimo villaggio prima del confine, al calar del sole, arriva anche l’invito dei saluti, quello per la mia ultima notte irachena. A fermarsi lungo la strada, e a condividere il proprio indirizzo di casa, è Mohammed, il generale Peshmerga della regione.
Dopo essermi perso e ritrovato nel cuore del campo militare, scortato da uomini che non sanno nemmeno bene loro dove farmi andare, arrivo finalmente nella giusta dimora. Ad accogliermi è Azad, uno dei sotto ufficiali del generale, il quale si è preso l’incarico di servirmi. Occhi azzurri e capelli a spazzola di un grigio quasi violetto, un misto tra Action Man e il cantante Robbie Williams, si prende cura di me in tutto e per tutto. Carica delle borse, solleva la bicicletta e la porta su per le scale, per metterla al riparo. Io, con le braccia, faccio fatica a spingerla. Mi scalda l’acqua per la doccia, mi prepara il letto, mi serve la cena e mi fa addirittura un tonico massaggio alla schiena e alle gambe prima di dormire, con un tocco decisamente militare. La sera siamo una decina, stiamo nella casa dei vari ufficiali della regione. Mangiamo, scambiamo chiacchiere, giochiamo a carte. Azad tira fuori la foto di una donna. “Era mia madre. L’hanno uccisa gli uomini di Saddam Hussein”. 43 anni, da 25 soldato Peshmerga, ha combattuto contro tutti. PKK, ISIS, Turchi, ma soprattutto gli arabi dell’Iraq Federale. Il territorio montuoso, in questa zona famoso per la coltivazione delle mele, ha confini invalicabili poco evidenti ma molto severi. Tutti quelli che hanno combattuto qui hanno lasciato le proprie mine antiuomo, e si continua a farne le spese anche oggi, in questo fragile tempo di pace. “Tre anni fa, sulla via per Amedi, sono saltati in aria due ciclisti danesi. Erano usciti dalla carreggiata per montare le tende al tramonto. Uno di loro ce l’ha fatta, per l’altro non c’è stato nulla da fare”. Mi racconta il generale. “È toccato a me chiamare Erbil e avvisare i consolati dell’accaduto, e in seguito, con una squadra di ingegneri, andare a raccogliere i pezzi di quel che rimaneva. La strada oggi è chiusa. È troppo pericoloso per chiunque transitare in quella direzione”.
Che l’Iraq non volesse lasciarmi andare era già chiaro a Duhok. Alla dogana, dove un ufficiale perplesso mi invita a seguirlo nel retro col passaporto, sembrano essere complici di questo progetto. Il motivo non è chiaro a nessuno, il muro linguistico crea un ulteriore confine e aiuta ancora meno. Mentre sono seduto sul divano del Primo Ufficiale del passaggio di frontiera, rifornito di tè caldo senza sosta, cominciano a scorrere le discussioni, e con loro le ore. Ce ne vogliono quasi quattro, a ritmo di telefonate in giro per il paese per capire, finalmente, cosa non va: il rinnovo del visto, che ho fatto online, è stato emesso, accettato e pagato, ma non è mai stato attivato. È quindi presente sul mio passaporto, ma non risulta sul sistema. Sono illegalmente nel paese da ventuno giorni. Ogni giorno equivale a una multa da pagare, per un totale di 270 dollari.
Combatto in tutti i modi. Ho già pagato il visto e non mi sento responsabile del problema. Il Capo però non ne vuole sapere. Il suo turno sta finendo, si cambia l’uniforme e spazientito mi saluta. La situazione però è paradossale: l’unico modo per andarmene è pagare la multa, ma non esiste alcun modo perché io possa farlo. Sapendo di uscire ho speso fino all’ultimo centesimo i miei dinari. In Iraq le carte di credito non funzionano, motivo per cui anche il mio denaro cash in altre valute è completamente prosciugato. Le transazioni bancarie verso il paese sono bloccate.
Il tempo scorre e io sono ormai diventato il “caso della dogana”. Juma, il sottufficiale che mi ha seguito fino a quel momento, comincia ad addolcirsi. Capisce la mia situazione e la mia onestà. Altri uomini si interessano e cercano di offrire aiuto. “Ho un cugino in Turchia! Manda i soldi a lui, così lui può mandarli a me”. “Io ho un amico a Londra! Prova con la sua banca”. “Western Union! Mio fratello è ad Ankara, funziona sicuramente. Mandali a lui”. Non funziona nulla, sembra che l’Iraq sia un fortino inespugnabile, o forse peggio, un paese economicamente bloccato. Io intanto mi sono un po’ rilassato e ho lasciato andare il nervoso per i soldi buttati via: una signora poco prima era entrata nella stanza, e con un grande sorriso aveva detto qualcosa del tipo: “Ma che valore hanno i soldi? Nessuno. Non contano niente”. Ho pensato alla bellezza della vita, e la mia rabbia è scomparsa.
Mahir, intanto, è l’uomo che mi sta più vicino, si danna per trovare una soluzione e cerca di rincuorarmi. “Quattro ore e mezza. Non è possibile che tu sia qua da così tanto tempo. È vergognoso. Ti chiedo profondamente scusa”. Mi condivide la connessione del telefono e passa da un doganiere all’altro cercando di pensare a una soluzione. Juma è ormai completamente sciolto: “Non preoccuparti, non c’è nessun problema. Risolviamo tutto.” Sono ora in cinque nella stanzetta con me, fumano sigarette e borbottano possibili idee. Continuano a fare telefonate in giro per il paese, finché finalmente una sembra quella che può aprire la via. Un importante generale a Erbil si è preso l’incarico di contattare il Ministero dell’Immigrazione e chiedere ufficialmente il perdono. C’è però un problema: sono le 16:30, e alle 17:00 la Turchia chiude le porte. È una corsa contro il tempo, e il ministero, qualora accettasse, avrebbe sicuramente bisogno di più tempo.
16:50. Sono passate sei ore da quando sono arrivato. Mahir alza di nuovo il telefono, questa volta chiama i turchi: “Lo aspettate? Ve lo mandiamo tra dieci minuti”. Non capisco cosa succeda, ma l’aria si agita. Usciamo di fretta dalla stanza e intorno a me vedo riunirsi uomini che non avevo mai visto fino a quel momento. Taxisti, doganieri, altri di passaggio. Sono in undici a tirare fuori i portafogli: chi con dollari americani, chi con i dinari iracheni, nel giro di poco vengono raccolti i 270 dollari della multa. Juma corre contro il tempo. Dal lato Turco arriva un ultimatum, stanno chiudendo. Le dita corrono sulla tastiera, ricontano i soldi, registrano i dati di uscita e la multa pagata: timbra il mio passaporto, mi dà la ricevuta della penale, mi stringe la mano. “Corri”. Ho gli occhi lucidi, sono senza parole. Vorrei ringraziare tutti uno a uno, ma il tempo non lo permette. Mahir mi abbraccia, è felicissimo che io sia riuscito a uscire. In un attimo sono in Turchia, mi timbrano il passaporto e chiudono i cancelli. Mi giro un’ultima volta. Sono ancora tutti là, mi salutano. Il mio ultimo sguardo sul Kurdistan e sull’Iraq. Mi inchino.
La notte è ormai calata, ho montato la tenda poco dopo il confine, al lato della strada. Gli sciacalli dorati urlano a pochi passi da me, un paio appena fuori dalla tenda. Mando un messaggio a Mahir, per ringraziarlo e chiedergli come posso restituirgli i soldi. Poco dopo ricevo questa risposta: “Ciao Emi. Siamo molto contenti di averti incontrato. Se solo avessimo saputo che sarebbe successo questo, ti avremmo mandato via prima. Ci scusiamo per averti mandato via così tardi. Se tu avessi chiesto per un pezzo delle nostre vite in quel momento, noi te lo avremmo dato con un grazie e senza esitazione. Mi scuso ancora e ancora per averti mandato via così tardi. E stavo parlando di te con i miei amici. Dov’è andato questo ragazzo adesso? Cosa mangia e cosa beve? Dove dormirà? Ci stavamo dicendo questo tra noi. Vorrei che ti avessimo dato dei soldi. Forse sei da qualche parte e hai bisogno, ma non ci abbiamo pensato in quel momento. Pensiamo sempre e solo che dobbiamo chiudere i cancelli”.
La valle di Hakkari è meravigliosa. Una striscia d’asfalto in fondo a una gola profonda, schiacciata tra montagne desertiche e cime innevate, si snoda lungo una salita quasi impercettibile, guidandomi lentamente sempre più alto. Sono nel cuore del Kurdistan turco, tra le valli che erano le roccaforti del PKK, i luoghi più violenti e pericolosi dello storico scontro etnico. Checkpoint militari e avamposti turchi sono frequentissimi. Non c’è praticamente angolo del percorso che non sia coperto dalla vista attenta di una qualche fortezza, castello o accampamento dell’esercito. La pace però è finalmente arrivata, seppur da pochi mesi.
I villaggi sono molto rari, i pochi che appaiono sono presidiati da gruppi di anziani che bevono il tè. “Çawa yî?”. Tra loro parlano curdo, una lingua repressa in Turchia che qui continua a sopravvivere. Quando vengo invitato a pranzo nella mensa di una miniera di zinco, le persone mi accolgono con grande orgoglio: ”È molto raro vedere degli stranieri da queste parti. Ma quando ne vediamo qualcuno siamo felicissimi. Abbiamo tanta voglia di farci conoscere, di mostrare la nostra cultura” mi dice la manager della miniera. Dopo quasi due mesi di Iraq, stringere la mano a una donna fa uno strano effetto. Le chiedo come vanno ora le cose nella regione, ma lei abbassa lo sguardo e scuote la testa. Dopo un attimo di silenzio, cambia discorso. “Ti piacerebbe passare una giornata in una casa curda? Se nei prossimi giorni sei in città ti puoi fermare a casa della mia famiglia”.
Passando il confine la generosità curda non è cambiata, anche se il più delle volte non sanno nemmeno come stiano le cose appena al di là di quella linea immaginaria. Per ogni frutto che mangio me ne vengono regalati tre. Carico ancora dei doni di Azad, sembro un minimarket ambulante.
Per giorni continuo a salutare le auto che incrocio alzando indice e medio nel classico segno della pace. Solo molto più tardi, appena prima di lasciare il paese, scoprirò che in Turchia questo gesto non parla di pace: è il simbolo del PKK. Probabilmente ho passato mesi a dichiarare il mio sostegno alla guerriglia curda a soldati, poliziotti e posti di blocco.
Ad Hakkari non mi fermo. L’ingresso tra le grandi montagne ha sconvolto la stagione: la temperatura, nel giro di 24 ore, è crollata di quasi trenta gradi. Il mio pedalare è ora una corsa contro l’inverno, che sembra aspettarmi già nell’ombra di ogni parete rocciosa. Fortunatamente la seconda notte trovo riparo nella moschea del piccolo villaggio di Hatipova, su un altopiano desertico a duemila metri. Mi ero fermato a chiedere se potevo riempire le borracce, per poi poter accampare e cucinare qualcosa di caldo. Murat, l’imam, mi ha però invitato a entrare. Il camino della moschea si è così unito fumante agli altri del villaggio. Le grandi montagne sono sfumate nel rosa, le stelle hanno preso posto sugli immensi panorami, facendo calare il silenzio su greggi e bestiame. Per la prima volta nel viaggio lo zero termico ha avvolto la terra.
Con Murat parliamo a lungo di Islam e religioni, seduti sul divano di fianco alla stufa. “So che in Europa in tanti hanno perso la fede. Sempre più persone sono atee, hanno smesso di credere”, ha una voce pacata e un atteggiamento umile, ma un sorriso compiaciuto gli attraversa il viso come un lampo, “Quando un aereo sta precipitando, però, non ci sono più atei. Tutti improvvisamente hanno un dio a cui pregare”.
Mi racconta, da musulmano sunnita, come secondo lui tutti siano fratelli, sciiti compresi. Poi, con profondo rispetto e sincerità, risponde alle mie perplessità sulla figura della donna. “Per noi sono molto importanti. Le proteggiamo, diamo loro la possibilità di essere madri”.
La strada sfila dritta sempre più in alto, verso il passo di montagna e le colate di neve, che in certi sprazzi si confondono coi giganteschi greggi di pecore. Il nulla nasconde qualche villaggio e si perde in infiniti spazi remoti, spesso abitati da branchi di enormi cani randagi. I venti freddi tagliano le creste rocciose, la mattina si sveglia cercando di scrollarsi di dosso il primo ghiaccio stagionale. Una notte in tenda mi avverte che il materiale per affrontare l’inverno dev’essere rinforzato. Arrivo sul lago di Van e nell’omonima città dopo sette giorni di viaggio, esausto dal freddo e dalla fatica.
In città mi attende Hêvî, o meglio, il suo appartamento. Lei è partita per Hakkari, ma non ha voluto rifiutare la mia richiesta di ospitalità su couchsurfing, e mi ha lasciato le chiavi nascoste e il frigo pieno. Mi lascia la casa per tre notti, continuando ad assicurarsi che io stia bene e che il frigo venga svuotato.
Mentre il vulcano Suphan dorme tra i fumi della legna bruciata e tiene d’occhio il grande lago e la città, la stanchezza mi tiene a lungo chiuso in casa. Mi avventuro tra le strade di rado, attratto più dall’offerta di musica dal vivo che scopro vibrare in una serie di bar che da una reale voglia di visitare la città. Bere una birra in un locale pieno, con qualcuno che suona musica, sono eventi che mi mancano al punto da farmi alzare dal divano e affrontare il freddo, nonostante la settimana appena vissuta. Per quanto sempre gentili, però, i curdi di queste zone si rivelano molto più miti rispetto a quelli del sud iracheno. Appena una settimana prima avrei probabilmente conosciuto mezzo locale nel giro di un paio d’ore, qui riesco a fatica a scambiare qualche parola coi camerieri. Aspetto il momento in cui le birre e i cocktail slacciano il freno alle persone, ma è un tempo che non arriva mai. Il massimo che riesco a ottenere è solo qualche sigaretta offerta, che tra l’altro non fumo. Il pop curdo non scalda le mie vene latine, così ricado tra le brame del divano prima di quanto desiderassi.
Giornate grige tra grandi vulcani e brividi crescenti mi spingono verso nord. Sono giorni di silenzio, spezzato solo dalle grida rauche dei cani che mi rincorrono rabbiosi. Il solito muro, che tanto piace alla Turchia, segna il confine col vicino Iran. La strada sale per poi lanciarsi meravigliosa fino ai piedi del Monte Ararat e delle sue due maestose cime.
Mi fermo continuamente per guardarlo. Dalle pianure dell’Anatolia si alza all’improvviso, immenso, coperto di ghiaccio, come se appartenesse più al cielo che alla terra. È una montagna che da sola riempie l’orizzonte. La tradizione biblica racconta che fu qui che si fermò l’Arca di Noè dopo il diluvio, facendo dell’Ararat il luogo simbolico di un nuovo inizio per l’umanità. Oggi, invece, domina uno degli angoli più complessi del mondo, dove Turchia, Iran, Armenia e Azerbaigian si toccano. Immobile sopra confini, eserciti e tensioni.
Immobile rimango anch’io per un po’, perché le cime scompaiono tra le nubi, e il diluvio prende il potere per le lunghe ore della notte e del mattino successivo. Ringrazio profondamente Zafo, che avendo a disposizione un luogo dove campeggiare, mi concede allo stesso prezzo una stanza vuota, che posso usare come se fosse la mia tenda, risparmiandomi la prima vera bufera invernale.
Sono nella periferia di Doğubayazıt, a pochi passi dal maestoso Palazzo di Ishak Paşa, una delle più straordinarie residenze dell’Impero Ottomano, che da oltre due secoli osserva queste terre di confine da uno sperone di roccia affacciato sulla pianura. Mi avventuro sui suoi sentieri durante uno squarcio di sole pomeridiano, avvolto da un mantello di vento gelido, per poi godere un’ultima volta della vista dell’Ararat durante il tramonto. Le nuvole da quella sera se lo mangeranno di nuovo, per restituirne la vista solo diverse settimane dopo, quando lo guarderò dal suo lato più nostalgico e desiderato: quello armeno.
L’inverno chiama sempre più insistente, devo spingere. Le mie pause sono brevi ed essenzialmente legate al meteo. Sono quindi presto nuovamente sulla strada. Proseguo verso nord a testa bassa, superando le colate vulcaniche e la città di Iğdır, arrivando fino a Tuzluca. Pecore e capre riempiono i quartieri più esterni del centro abitato, circondati da rosse montagne con venature profonde. Un eco di bambini che chiede “money” cerca di fermarmi tra le strade, ma poi mi protegge a suon di pietre dai soliti cani aggressivi. Torno in mezzo al nulla, per godere di un’ultima notte sotto i mille metri, con temperature gradevoli. Le salite mi aspettano la mattina seguente, silenziose, estenuanti.
La gestione delle giacche è un rebus. Salendo mi scaldo e sudo, appena mi fermo basta un filo di vento per farmi rabbrividire le ossa, una breve discesa trasforma il sudore in sofferenza. È un continuo aggiungere e togliere strati, tante volte mi sbaglio e mi trovo a pregare di non ammalarmi.
Giunto con fatica al villaggio di Digor cerco un qualsiasi modo per scaldarmi. Mi infilo in un negozietto, poi in un altro, finché un gruppo di signori mi invita in una falegnameria. Sto congelando. Ci sediamo in una minuscola stanza di legno scaldata da una stufa. Oltre a me ci sono quattro uomini sporchi dal lavoro e coi visi segnati. Mi servono tè bollente, che bevo con stremata ingordigia, bicchiere dopo bicchiere. Nessuno dice una parola. Sopra la mia testa un piccolo televisore parla con voce ferma: “Turchia democrazia!”. La voce di Erdogan rimbomba severa in un lungo discorso, le parole sembrano uscire dallo schermo solide come mattoni. Dopo alcuni minuti, colmi di tè, di lavoro, e forse anche di democrazia, tre degli uomini si alzano e si dileguano silenziosi. Rimane solo uno di loro, che a questo punto si scioglie nella curiosità. “Hai una stufa con te?” mi chiede colpito dal fatto che stia per andare a dormire in tenda. “Fa davvero freddo fuori. E questo non è nulla. Ma qui sei nella regione dell’Anatolia curda, a qualsiasi porta tu busserai qualcuno ti darà almeno da mangiare” e così succede, perché non appena prima di ripartire arriva un ragazzo che mi consegna un enorme panino. Lo aveva ordinato poco prima il mio ospite.
Dormire in tenda comincia a diventare una difficile battaglia, con problemi nuovi e sempre più complessi da affrontare. La notte scende sotto zero, l’umidità intorno alla tenda ghiaccia e così il vapore del mio respiro all’interno. Appena esce il sole, però, quel sottile strato di ghiaccio comincia a sciogliersi, e diventa pioggia direttamente dentro la tenda. Le borracce sono dure come sassi. La mattina ci vogliono diverse ore prima di poter bere più di qualche minuscolo sorso. Inoltre sono costretto a mettermi talmente tanti vestiti che oramai la mattina ci vogliono due ore e mezza per cambiarmi e mettere via tutto, quasi altrettanto la sera per prepararmi. Anche durante il giorno le cose non sono più semplici, il freddo costante succhia una quantità di energie incredibile. Così per tutto il tempo non penso che al momento in cui mi infilerò dentro al sacco a pelo, a riposare al calduccio. Le cose, però, peggiorano di giorno in giorno, perché nonostante i miei tentativi più ingegnosi, con sacchetti di plastica piazzati ovunque a mo di secchio, e trovate di altro tipo, il mio sacco a pelo in piuma d’oca è ormai più bagnato che umido e la tenda è fradicia. La visita delle rovine di Ani, antica capitale armena oggi abbandonata al vento delle steppe, e la meravigliosa vista del vulcano Aragat, già in territorio armeno, non allietano il mio corpo stremato quando mi fermo per dormire ad Arpaçay. La notte è una tormenta silenziosa. Mi giro e mi rigiro nel tentativo di trovare una posizione più calda, ma sono avvolto da un mondo umido e rigidamente sotto zero. Avrei l’attrezzatura adatta a passare una notte piacevole, ma le condizioni in cui si trova dopo molti giorni di viaggio senza avere il tempo di asciugarsi, la rendono molto meno efficiente. Le ore non passano, il sole non esce. Ci si mette anche la pancia, che richiede di essere liberata nel cuore della notte, ma non ho nessuna intenzione di mettere un dito fuori. Perderei quel poco calore prezioso che sono riuscito a mettere da parte. Mi giro. Mi rigiro. Tremo. Poi, finalmente la tenda diventa un poco più chiara, si accende, entra un primo raggio di sole, riesco a trovare un angolo di calore. Il ghiaccio comincia a sciogliersi. Piove dentro.
È solo metà novembre. Quelle che ho attraversato negli ultimi giorni sono tra le zone più isolate e povere della Turchia. Abitate da pochissime persone che, a parte nelle capitali regionali, sono praticamente tutti pastori. I villaggi sono di pietra, con qualche trattore qua e là e montagne di letame. La corrente va e viene, con numerosi blackout. Non c’è acqua corrente, né riscaldamento. Intorno ci sono montagne e vulcani, in un paesaggio completamente desertico: non ci sono alberi da tagliare per scaldare una casa. Gli inverni scendono facilmente fino a trenta gradi sotto zero. Anche trovare un negozio di alimentari è difficile.
Da alcuni anni, in Occidente, si parla sempre più spesso di ritorno alla natura. Sogniamo vite più semplici, ritmi più lenti, un rapporto più autentico con la terra. Ci chiediamo quando abbiamo perso tutto questo, come ci siamo allontanati da ciò che è essenziale.
Pedalando in queste regioni mi viene però il dubbio che la nostra sia una nostalgia molto selettiva. Quando immaginiamo una vita immersa nella natura continuiamo quasi sempre a dare per scontate l’elettricità, l’acqua calda, il riscaldamento, internet, un minimarket a pochi minuti di distanza. Qui la natura non è un fine settimana in montagna o una casa in campagna. È freddo che entra nelle ossa per mesi, è isolamento, è vivere a centinaia di chilometri dai servizi più elementari.
Forse la domanda non è quando abbiamo perso il contatto con la natura. Forse la domanda è quanto siamo realmente disposti a rinunciare per ritrovarlo.
In questi luoghi, però, la vita semplice non è una filosofia. È semplicemente la vita.
Nel piccolo villaggio di Esenkent, vicino Ani, un anziano signore mi invita nel cortile di casa a bere un tè con lui e la moglie. Mi portano una zuppa di verdure con un po’ di pane, insieme a qualche sorriso silenzioso. A servirci è per tutto il tempo Yasmine, la nipote. Due occhi azzurri splendenti, mi chiedono se voglio sposarla. Lei sorride imbarazzata. È davvero bellissima, ha appena quattordici anni. La richiesta dei nonni, più che un’offerta a me, sembra un regalo per lei: portala via da qui. Guardo le pareti della casa con il balcone semi crollato, i fratelli più piccoli che mi guardano silenziosi e sporchi di terra, la distesa di cacche di animali che riempiono il cortile. Sorrido, chiudo gli occhi, e vado.
Il mio corpo ha finito le cartucce. Il messaggio, dopo l’ultima nottata infernale, è chiaro: un’altra notte in tenda e sarà crollo. Il confine con la Georgia non è lontano, ma oltrepassarlo significherebbe ritrovarmi un’altra notte nel nulla. Pochi chilometri prima, invece, c’è l’ultima cittadina turca, Çıldır. Sulla mappa alcuni viaggiatori segnalano un hotel.
Gli enormi cani da pastore sono ormai una numerosissima costanza quotidiana. In queste zone sono davvero aggressivi e spesso scendono in strada e mi accerchiano, bloccandomi il passaggio. Ma sono talmente esausto, e con un obiettivo talmente fisso in testa, quello di una stanza calda con un letto, che riesco a ignorare pure loro. È un’evoluzione interiore, perché già da settimane ho imparato ad affrontarli col sangue freddo, senza ormai turbare più di tanto le mie emozioni. Sono come una salita: arrivano, ringhiano e poi passano.
Nel primo pomeriggio arrivo a Çıldır, faccio una piccola spesa di sopravvivenza, in modo da non dover più uscire, e mi presento davanti all’hotel. C’è un foglio attaccato al vetro sporco dell’ingresso, che vorrei rifiutarmi di leggere: “Chiuso per stagione. Riapertura a maggio”.
Il primo pensiero va alla moschea. Non ho alternative, andrò a chiedere lì. Ma in moschea non c’è l’Imam. Piano C. Attraverso il centro e comincio a chiedere a tutti. Un poliziotto scarica il barile: “Non c’è niente qui”. Grazie. Anche le altre persone non sono di migliore aiuto. Da uno dei classici locali del tè mi chiama Jam, un ragazzo di una ventina d’anni, che vuole offrirmi qualcosa di caldo. Inizialmente rifiuto, ma la sua gentilezza mi conquista in fretta. “Dai beviti un tè! E tra dieci minuti sei già a cercare dove dormire di nuovo!”. Ha ragione, non tanto per il tempismo, ma perché fermarsi e riprendere fiato (e calore) è spesso la scelta più saggia, in tante situazioni. Gli racconto da dove vengo e le giornate che ho passato, la mia ricerca disperata. Jam mi prende a cuore, chiude a chiave il negozio e mi dice di seguirlo. Mi porta al centro degli Imam della zona, mi presenta e racconta la mia storia. Nel giro di pochi minuti la comunità è attiva. Inizialmente mi propongono un altro hotel, poco fuori città: “Ma è un luogo molto chic… costa 45 euro a notte”. Declino l’offerta, e loro capiscono. Non posso passare però la notte all’aperto, e questo glielo faccio capire. Uno spogliatoio, un garage, un posto qualsiasi. Iniziano le telefonate. Tè caldo, cioccolatini, due chiacchiere: squilla il telefono. Omar, Imam del paesino vicino, mi guarda sorridente: “Abbiamo trovato un letto per te!”
Scendiamo per strada dove mi aspettano Mustafa, Hasan, Halil e Yakub. Quattro ragazzi curdi che vengono dal sud e che sono venuti a Çıldır per studiare. Mustafa parla un buon inglese, lo ha imparato giocando a dei videogiochi online. Andiamo verso casa, e la loro felicità di essere insieme è pari alla mia.
La casa si presenta così: la porta d’ingresso è rotta, non si può chiudere. Ci sarebbe un lucchetto, ma anche di quello si è rotto il gancio. Si passa una prima anticamera e si entra nella vera e propria casa. Qui c’è un corridoio con una porta che da sulla doccia e una che dà sul bagno. Il gabinetto però è rotto, perde acqua e si può fare solo pipì. Lo spazio si allarga in una piccola cucina che ha mensole e lavandino, ma non i fornelli. Le finestre sono chiuse da dei teli di plastica. Fa quasi più freddo dentro che fuori. Da lì si entra in un’anticamera dove ci si toglie le scarpe e nella quale due porte danno su due stanze, i luoghi protetti. Qui due stufette elettriche rendono gli spazi vivibili, in ognuno dei quali sono stesi tre materassi. Manca un coinquilino, che è via, il sesto posto sembra essere lì apposta per me.
Tutti tra i 20 e i 23 anni, vengono da Hakkâri, Diyarbakır, Adıyaman e Şanlıurfa, tutte città in cui sono stato, conoscenza che accorcia subito le distanze tra noi. Non che in realtà ce ne fosse bisogno, perché se il mondo fuori è freddissimo, la loro accoglienza è super calorosa sin dal primo istante. Tutti orgogliosamente curdi, tranne Mustafa, che nonostante lo sia, sostiene con fermezza di essere turco. “Come diavolo ci siete finiti qua?”, non riesco a trattenermi dal chiedere. “Eh… ci hanno mandati a studiare. C’è un’università di “lavori sociali”, siamo quaranta studenti. Se pensi però che ci sono in tutto 1700 abitanti in tutto il villaggio… siamo mega annoiati”. E così le voglie e i bisogni di tutti si incontrano presto. Io sono esausto e ho bisogno di un posto caldo e di riposo. Loro di una novità, di compagnia e di storie: decidiamo presto che resterò due notti. Il giorno dopo, tralaltro, ci sono i campionati, e decidiamo presto di guardare insieme un paio di partite di calcio.
In un luogo dove ci si annoia, ma dove i cuori sono accoglienti, si fa presto a capire la facilità con cui le persone ti aprono le braccia. Poco dopo essermi svegliato la mattina, arriva un nuovo ospite: Tassilo. Madre tedesca, padre spagnolo, nato in Cile. Un ragazzone di ventitre anni alto quasi due metri, che viaggia in autostop insieme a un cane, e che ha la passione del bivacco senza tenda in rovine di qualsiasi tipo, che siano castelli, ruderi o chiese. Arriva anche lui da una nottata piuttosto terribile, in cui si è infilato tra i sassi sotto la pancia di un castello, dopo essersi arrampicato su per una parete rocciosa. Ha addosso un paio di pantaloncini corti completamente stracciati, gli unici che gli sono rimasti. Si ferma con noi a pranzo, insieme al compagno Fluffo, ma nonostante la pressione dei ragazzi a restare, è deciso a rimettersi in marcia per arrivare in serata a Tbilisi. In una condizione di viaggio del genere il bisogno di comfort, calore e privacy diventano una forza irresistibile. Capisco perfettamente la sua fretta di rimettersi in marcia. Mustafa e gli altri accettano a malincuore la sua decisione, ma solo a un patto: che Tassilo porti con sé un paio di jeans. L’assurdità del tutto prende vita in una discussione duratura: lui si rifiuta categoricamente di prenderli, loro gli vietano di andarsene se non li accetta. Alla fine non ha altra scelta che cedere, anche se li mette nello zaino e procede con i suoi pantaloncini stracciati, che trasmettono gelo anche senza indossarli.
Ogni sera si ripete il rituale: tutti insieme si esce di casa e si va ai bagni della moschea, a circa 500 metri da casa. Le giornate, a parte lo studio, vengono passate stesi a letto, a scrollare il telefono e fumare sigaretta dopo sigaretta. Aprire la finestra è proibitivo, il caldo è l’unico lusso che c’è, e così l’aria diventa presto irrespirabile. Halil ha la leucemia, è spesso molto debole e sta male. Se ne frega più degli altri di qualsiasi cosa. A 21 anni sembra aver già perso qualsiasi speranza.
Riparto che tutti dormono ancora, e nel giro di poco lascio il vento delle montagne per il delizioso tunnel riscaldato che attraversa la frontiera tra Turchia e Georgia. Il tempo di innamorarmi della poliziotta che mi controlla i documenti, e sono già sull’asfalto in mezzo a una fila di alberi. Non mi capitava da mesi.
L’ingresso in Georgia mi regala subito quella leggerezza di cui avevo bisogno. La gente per strada saluta di meno, ma un numero ancora maggiore di mucche ha preso il posto dei soldati. I panorami sembrano più piccoli, tutto è meno esteso, anche l’asfalto che è pieno di buche. La temperatura è meno estrema, ci sono tre-quattro gradi in più. Un cane mi si attacca coi denti a una borsa, ma sono talmente rilassato che quasi non me ne accorgo. Passo la prima notte sul meraviglioso lago di Saghamo, dove le borracce si ghiacciano, ma dove le stesse temperature sotto zero della Turchia sembrano più dolci, e mi fanno dormire. Poi lascio definitivamente il deserto, riabbraccio le verdi foreste, i campi con l’erba, le valli rigogliose. Scendendo verso Tbilisi pianto la tenda in una zona in cui mi sembra di essere a casa. Potrei essere ai Trecento Scalini, appena fuori porta a Bologna. O guardando in alto verso la cima del colle, riconoscere le antenne che spuntano tra gli abeti e i pini del Monte Oggioli, all’Alpe di Monghidoro.
Arrivare in città è una coccola di altri tempi. Era da tempo che non desideravo così tanto arrivare in un grande centro abitato. E di Tbilisi, tra l’altro, ho splendidi ricordi.
L’arrivo nella capitale mi catapulta di nuovo dentro il mondo della socialità, dopo settimane di quasi assoluto silenzio. Subito una cena con tante persone. Incontro Filippa, una ragazza svedese che è arrivata in bicicletta, e che pochi mesi dopo salperà verso Gaza con la Flotilla. Riki, un ragazzo canadese, anche lui in sella dal Portogallo, diretto verso il Giappone, la sua terra di origine. Jenny, inglese, anche lei in bicicletta, che avevo conosciuto per casualità mesi prima su un gruppo facebook di ciclisti e che non sa dove va, se non a est. Il cuore mi si scalda subito.
L’ostello, Moosica, sorge di fronte al conservatorio. Ogni volta che apro la finestra della camera o cammino per strada sento meravigliose voci liriche, sassofoni, violini. L’ostello, però, oltre che di viaggiatori casuali, è anche rifugio di russi scappati dalla propria terra, e altre persone di paesi con passaporti che il mondo guarda con poca considerazione, che invece in Georgia trovano apertura e semplicità burocratica. In questa città, e in questo paese, in generale, è estremamente facile incrociare persone fuggite dalla propria terra, perché costrette o perché, talvolta, c’è bisogno di vivere altrove per decomprimere un po’ la fatica emotiva del proprio paese. Tra queste conosco Lucie, una ragazza libanese. Ci troviamo spesso a cucinare nello stesso momento, parliamo del più e del meno, ma poi sfociamo sempre nei discorsi più umani e complessi. Spinta dalla pressione di una corrente interiore, ha un profondo bisogno di buttare fuori. Il suo incontro sarà solo un anticipo di quello che il Caucaso avrà da raccontare: “Non so cosa ne pensiate di Israele e Palestina. Ma quello che succede nella mia terra è terribile. Siamo divisi tra cristiani e musulmani, e tutti i giorni delle persone muoiono nel sud del paese, uccise da Israele. E tutti i giorni devo discutere e litigare con degli altri cristiani come me, che tifano per Israele e che sono contenti che dei nostri connazionali musulmani vengano uccisi. Io non odio Israele, soffro anche quando muoiono loro. Vorrei solo che smettessero di uccidere e di rubarci la terra. Avanzano mangiandosi quattrocento metri di territorio alla volta, e nel sud ogni giorno muoiono persone. Bambini che sono per strada a giocare e saltano in aria. Sento notizie di persone che muoiono tutti i giorni! E non ne posso più! Mi chiedo di continuo “Perché non piango?”. Sono esausta. Non so più come sentirmi. Non ne posso più di persone che muoiono, ormai sono solo numeri per me”.
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Le Immagini
1 – Doğubeyazıt, Turchia
2 – Ishak Pasha Palace, Turchia
3 – Regione di Kars, Turchia
4 – Ani, Turchia
5 – Ishak Pasha Palace, Turchia
6 – Regione di Ağrı, Turchia
7 – Regione di Hakkari, Turchia
8 – Arpaçay, Turchia
9 – Lalish, KRG
10 – Duhok, Iraq (Kurdistan)
11 – Regione di Ağrı, Turchia
12 – Vulcano Aragats, Armenia (Visto dalla Turchia)















